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Export verso Paesi extra UE in ripresa: mitigare il rischio crediti

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A maggio l’esportazione di prodotti italiani fuori dall'Europa è cresciuta del 37,6% su aprile, stando ai dati Istat. Anche un recente report di Coface prospetta un futuro positivo per le filiere globali. Il periodo di crisi obbliga comunque a rivedere la politica commerciale delle aziende e a porre una particolare attenzione nell'analisi e mitigazione del rischio di credito.

La pandemia di Covid-19 ha travolto il commercio globale con restrizioni, aumento dei costi di trasporto, recessione, forte incertezza e protezionismo localizzato mirato alla fornitura di cibo e articoli medici. I rigidi controlli alle frontiere inizialmente imposti sono stati gradualmente ridotti in Europa per rilanciare il turismo e limitare la carenza di manodopera nel settore agricolo. Le richieste di rilocalizzazione della produzione a livello nazionale costituiscono dei rischi per il futuro del commercio globale. Nel frattempo, Istat rileva una buona ripresa dell’export italiano verso i Paesi extra UE: a maggio c’è stato un aumento del 37,6% delle esportazioni rispetto al mese precedente. Rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, invece, la contrazione rimane marcata: meno 31%, ma in misura inferiore rispetto a quella fatta registrare ad aprile, quando il calo era stato del 44%. Soprattutto in questa fase di ripresa dalla crisi è fondamentale ottimizzare il portfolio assicurativo e gestire il rischio crediti commerciali nella maniera più efficiente possibile.

Cresce l’export extra UE dei beni italiani

Il forte incremento su base mensile dell’export extra UE è dovuto principalmente a beni strumentali (+62,9%), beni intermedi (+27,1%) e beni di consumo non durevoli (+24,9%). Molto elevato l’aumento per i beni di consumo durevoli (+188,9%) che, tuttavia, spiega solo per circa 4 punti percentuali il rialzo congiunturale dell’export. In calo l’energia (-28,9%). Su base annua, la flessione è più ampia per energia (-57,2%), beni di consumo durevoli (-53,1%) e beni strumentali (-36,1%). Cala soprattutto l’export verso paesi MERCOSUR dell’America meridionale (-51,7%), Turchia (-44,4%) e Giappone (-32,9%).

Per quanto riguarda le importazioni da paesi extra UE, si registra una lieve contrazione su base mensile (-2,4%), con diminuzioni congiunturali per quasi tutti i raggruppamenti principali di industrie, le più ampie per energia (-16,9%) e beni di consumo durevoli (-10,2%); in aumento soltanto gli acquisti di beni strumentali (+13,6%). Al netto dell’energia, l’import registra un lieve incremento (+0,3%). Su base annuale, il calo dell’import è del 26,9%, più ampio per energia (-51,3%), beni di consumo durevoli (-49,3%) e beni strumentali (-33,5%).

Mitigare il rischio crediti commerciali in tempi di crisi

Il terrore pandemico sta lasciando il passo, in termini mediatici e concentramento delle risorse, agli effetti della crisi sulle imprese di tutto il mondo. Secondo il Cerved Industry Forecast si stimano perdite di fatturato tra i 220 ed i 470 miliardi di euro rispetto ai dati del 2019. Il tutto dipenderà dalla capacità del sistema economico e della politica di far ripartire più o meno rapidamente la macchina. A livello percentuale si parla quindi di una forbice che parte da un -7,4% fino a un -17,8%. Secondo le stime ModeFinance, su un campione internazionale di PMI con fatturato tra 2 e 50 mln, la forbice passa da un calo del 4% a un massimo del 10%. In termini di fatturato il calo pare più lieve per via del campione più ristretto, ma la percentuale che fa riflettere è quella relativa alla probabilità di default. Ad essere più a rischio sono infatti le aziende con un rating tra B e BBB che rappresentano ben il 65% delle PMI italiane. Il rischio varia a seconda dei settori: le aziende del settore turistico, degli eventi e convegni e dell’automotive risultano essere le più colpite in assoluto. Dall'altra parte, invece, il commercio online, la distribuzione alimentare ed il settore farmaceutico/sanitario hanno visto un incremento dei volumi d’affari. Per mitigare il rischio nella fase post Covid in ambito credito la valutazione preventiva dei nuovi clienti ed il monitoraggio del proprio portafoglio clienti acquistano ancora maggiore importanza.

Valutare l’affidabilità commerciale di un’azienda in questo momento non è semplice: i numeri della crisi economica infatti si vedranno nei bilanci delle aziende solo a luglio 2021. Reperire informazioni su eventuali crisi di liquidità ed operatività a rischio è vitale nella concessione di credito. Le credit policy delle aziende stanno cambiando ed è essenziale rivedere di conseguenza la propria politica commerciale. Conoscere la reale e attuale situazione economico-finanziaria dei propri partner e affidarsi a consulenti specializzati nella gestione dei rischi legati ai crediti commerciali sono operazioni essenziali, che in un contesto di crisi come quello attuale fanno ancor di più la differenza sul mercato.

Lo scenario commerciale globale nel 2020

Il 2020 è iniziato con un improvviso freno al commercio mondiale, rallentato dalla recessione e da un’impennata di incertezza. Secondo il Focus Coface di giugno “Commercio internazionale: malgrado un’interruzione inaspettata, le filiere globali hanno ancora un futuro brillante, quest’anno la recessione dovrebbe coincidere con un forte calo del commercio internazionale e con una diminuzione del PIL globale. L'Organizzazione mondiale del commercio (OMC) prevede una diminuzione delle transizioni tra il 13% e il 32%, con un calo a due cifre in tutte le regioni. Secondo il modello di previsione Coface, basato su indicatori come il prezzo del petrolio, la fiducia delle imprese americane, le esportazioni coreane o un indice di costo del trasporto marittimo, il commercio mondiale dovrebbe diminuire del 7% nel terzo trimestre 2020, rispetto all'anno precedente.

L’interruzione Covid-19 e il nuovo protezionismo

Dall'inizio della crisi sanitaria, molti Paesi hanno puntato su una politica protezionistica per l’approvvigionamento in derrate alimentari e prodotti sanitari vitali che ha messo ulteriormente alla prova il commercio mondiale. Lo scorso 22 aprile, il 56% delle misure commerciali (193) rilevate dal Global Trade Alert, iniziativa di monitoraggio delle politiche mondiali, si identificano come protezionistiche. La maggior parte di queste misure (110) riguardava il divieto di importazione di mascherine e altri dispositivi di protezione, respiratori e prodotti chimici necessari alla produzione di diversi farmaci.

Ora, invece, gli importatori agevolano l’entrata di prodotti medici, mentre gli esportatori rendono più difficile la loro esportazione. In questo contesto, il caso della Cina è particolare: le esportazioni di prodotti sanitari cinesi sono diminuite del 15% a febbraio 2020, ovvero nel momento di piena crisi sanitaria locale. Con una quota di mercato del 55,3% delle esportazioni mondiali di mascherine, la cooperazione della Cina è stata comunque fondamentale per approvvigionare il mondo. La produzione giornaliera cinese è passata a 116 milioni di mascherine, 12 volte la quantità che produceva prima dell’epidemia.

La crisi pandemica ha portato il protezionismo anche nel settore agroalimentare. Gli ingenti e compulsivi acquisti innescati dalle preoccupazioni per il lockdown non hanno coinvolto solo le famiglie. Alcuni Paesi hanno cercato di formare delle riserve di cereali per garantire continuità all’approvvigionamento alimentare nazionale. Un terzo della fornitura di grano del mercato è oggi soggetta a misure restrittive prudenti da parte dei principali esportatori, tra cui la Russia. Tali divieti di esportazione hanno spostato la domanda verso i Paesi europei, come la Francia, e contemporaneamente hanno evidenziato una scarsità di offerta.

Oltre al grano, il riso è un altro prodotto di base molto richiesto attualmente. In India, principale esportatore di riso, le misure di isolamento hanno interrotto le filiere di approvvigionamento nazionali, ridotto la disponibilità di manodopera e reso difficile l’accesso ai porti di esportazione: anche le spedizioni infatti non sono più garantite. Il principale concorrente del mercato indiano, la Thailandia, dispone di ampie riserve di riso, ma le sue esportazioni sono ostacolate dal confinamento imposto in Cambogia, che priva dei lavoratori stagionali di cui necessita la filiera. Per questo motivo, il prezzo del riso ha raggiunto a fine marzo il livello più alto da 7 anni.

In generale, i controlli alle frontiere durante il periodo di lockdown hanno comunque avuto un impatto limitato sul commercio e sono già state allentati in Europa, al fine di rilanciare l’industria del turismo e di limitare la carenza di manodopera, soprattutto nel settore agricolo. Anche per questo, l’osservatorio Coface prospetta un futuro positivo per le catene del valore globali.

Tutelare l’impresa dalle crisi di offerta estera con la resilienza

La produzione soffre necessariamente dagli shock dell’offerta estera: occorrerebbe immaginare una rilocalizzazione dei processi produttivi a livello nazionale o regionale con conseguenti problemi di aumento dei costi di produzione, mancanza di competenze a livello domestico, dipendenza dall’approvvigionamento di materie prime, che non può essere trasferito. Occorre mitigare l’esposizione delle proprie catene di approvvigionamento ai rischi di un Paese specifico diversificando i fornitori: siccome i principali fattori produttivi sono correlati, l’esposizione ai rischi derivanti dal Covid non scomparirà nemmeno quando l’offerta sarà diversificata. La resilienza delle filiere di approvvigionamento dipenderà, oltre che una minore dipendenza da un Paese specifico, dalla capacità di gestire in maniera integrata il rischio di crediti commerciali delle imprese e dal supporto che garantiranno loro il comparto assicurativo e i Governi nazionali.

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