Rischio crediti commerciali - insolvenze

Rischio credito in ascesa nel 2023

L’inflazione, lo spettro della recessione e la stretta monetaria a livello globale lasciano presagire nel 2023 una forte ascesa del rischio credito per le imprese.

 

 

Il quadro economico in apertura del 2023, lascia presagire un rapido ritorno al deterioramento delle posizioni debitorie delle imprese. Rischio di credito in ascesa, dunque, per una serie di concause importanti e di portata globale. Inflazione elevata e le conseguenti strette monetarie delle banche centrali, una recessione che si fa sempre più nitida all'orizzonte e un complessivo clima di incertezza geopolitica, portano tutti gli analisti a ritenere che occorra accendere i riflettori sul rischio di credito.

Sarà recessione globale?

Il nuovo anno si prospetta decisamente complesso. Ne traccia un quadro il Barometro Rischio Paese & Settoriale del terzo trimestre 2022, a cura del Dipartimento Ricerche Economiche di Coface.
Si parla di "raffreddamento dell'economia globale" per un concorso di cause importanti, che operando congiuntamente mostrano lo spettro della recessione: ripercussioni della guerra in Ucraina, stretta monetaria a livello globale, tensioni sociali causate dall'inflazione e molteplici vincoli alla crescita cinese.
La condizione di stagflazione su cui si sta assestando l'economia globale, rende sempre più concreta la possibilità che ci si avvii verso la recessione. A dimostrazione di questa tendenza, le revisioni al ribasso delle previsioni di crescita del PIL per il terzo trimestre 2022, con il declassamento di 8 Paesi, tra cui l'Italia, a cui si aggiungono i 19 declassamenti nel secondo trimestre. Inoltre si contano 49 declassamenti delle valutazioni settoriali, che mostrano il netto peggioramento per i settori sensibili al ciclo economico (costruzioni, metalli e legno).

Economia che soffre in particolare in Europa, dal momento che il Vecchio Continente è stato duramente colpito dalla crisi energetica innescata inizialmente dalla crescita a "V" post pandemica e poi esacerbata a seguito della guerra in Ucraina. Crisi energetica che agisce su prezzi e disponibilità di gas e porta alcune industrie a decidere di limitare o sospendere le proprie produzioni.
Una situazione che ha in parte innescato le spinte inflazionistiche e le conseguenti e dure reazioni delle banche centrali.

 

Banche centrali e lotta all'inflazione

Le principali banche centrali, a partire dalla statunitense Federal Reserve, hanno deciso di adottare misure particolarmente aggressive al fine di contenere l’inflazione. Dopo un lungo periodo, partito con la crisi finanziaria globale del 2008, in cui l'economia ha goduto di bassi tassi di interesse, questi tornano a crescere con le prevedibili conseguenze sul settore creditizio in prima battuta e sull'economia reale poi. Le principali economie avanzate, a partire da Stati Uniti, Canada, Europa, Regno Unito e Australia, hanno raggiunto tassi a livelli senza precedenti dell'ultimo decennio. Le conseguenze delle politiche monetarie in atto potrebbe comportare rischi per la crescita e la stabilità finanziaria mondiale, seppure attuate nell'intento di riportare l'inflazione intorno al 2%.
A settembre 2022 l’inflazione annua ha raggiunto il 10% nella zona euro, mentre negli Stati Uniti con tutta probabilità raggiunto il picco a giugno (9,1%) e ad agosto era ancora superiore all’8%. L’inflazione core, quella che esclude le componenti volatili (energia e prodotti alimentari freschi), ad agosto è risalita al 6,3%.
In questo contesto la FED statunitense, la Banca d'Inghilterra e la Banca Centrale Europea, hanno aumentato i tassi di riferimento (queste ultime due peraltro molto più rapidamente del previsto). E i Paesi emergenti hanno adottato le medesime strette monetarie, ad eccezione del Brasile, che aveva attuato politiche monetarie restrittive molto prima degli altri Paesi, e di Cina, Turchia e Russia, che stanno invece perseguendo politiche monetarie controcorrente.
Secondo il rapporto Allianz Trade, le conseguenze delle politiche monetarie in Eurozona impatteranno sulle dinamiche creditizie, finora favorevoli alle imprese. Questo a causa dell'aumento dei tassi di interesse e del peggioramento delle prospettive economiche.

 

Contrasto tra politiche monetarie e politiche fiscali

Tra le incertezze rilevate, si segnala il contrasto in diversi Paesi fra le politiche monetarie e quelle fiscali. Questo avviene perché le banche centrali sono concentrate sul contrasto all'inflazione "a qualunque costo", mentre i governi nazionali, desiderosi di limitare (o addirittura neutralizzare) la recessione causata dalla contrazione delle attività, stanno moltiplicando negli ultimi mesi le misure a sostegno del potere d’acquisto delle famiglie e della liquidità delle imprese.
Il risultato di queste politiche, che di fatto tendono ad annullarsi vicendevolmente, diventa un rischio enorme per le finanze pubbliche degli Stati, perché da un lato cresce il disavanzo pubblico e dall'altro i tassi di interesse. In sostanza crescono sia il debito pubblico sia i costi per finanziarlo, in una rincorsa pericolosissima che coinvolge in particolar modo l'Italia, Paese europeo con un debito particolarmente elevato.

 

Rischio territoriale e settoriale

La crescita globale del 2022, come nel 2001, 2008, 2009 e 2020, sarà inferiore al 2%. Per questo motivo Coface ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita in tutte le regioni del mondo. Purtroppo l’Europa è il continente in cui le prospettive si sono deteriorate di più nel corso dell’estate. Il che rende pressoché inevitabile una recessione in tutte le principali economie europee e nella maggior parte dei casi si registrerà una crescita negativa per l’intero anno.
Coface ritiene inoltre che anche nell'eventualità di una ripresa nel secondo semestre del 2023, questa sarebbe comunque insufficiente a compensare il calo dell’attività causato dalla crisi energetica durante l’inverno.
Infatti, sebbene l’entità del risparmio energetico dipenderà in gran parte dalle condizioni meteorologiche (le alte temperature dell'inizio di gennaio 2023 ne sono una dimostrazione), la crisi energetica rimarrà probabilmente un tema centrale, poiché le economie europee dovranno affrontare la complessa ricostruzione dei propri depositi prima dell’inverno 2023-2024.
Passando ad un'analisi settoriale, Coface dichiara che, a fronte della prospettiva di prezzi globali dell’energia costantemente elevati, quasi la metà dei 49 declassamenti delle valutazioni settoriali nel terzo trimestre 2022 riguardano settori energivori (chimica, carta e metalli). Settori che nei declassamenti del secondo semestre erano localizzati in Europa, mentre nel terzo trimestre sono da ricercare nella maggior parte delle economie asiatiche e in Sudafrica.

 

Evoluzione delle insolvenze d'impresa

Come già accennato, i governi stanno intervenendo a sostegno di famiglie e imprese per affrontare la crisi energetica ed economica. Le misure già in atto o da adottare, dunque, avranno una notevole influenza anche sull’evoluzione delle insolvenze d’impresa. Nel 2022 solo il Regno Unito dovrebbe registrare un livello fortemente elevato di insolvenze, proprio a causa dell'assenza di misure di sostegno per gran parte dell’anno. In Belgio e Spagna le insolvenze dovrebbero essere vicine al livello pre-crisi. Nelle altre economie, inclusa quella italiana, il numero di insolvenze dovrebbe rimanere contenuto nel corso dell’anno malgrado una ripresa nel terzo trimestre 2022.

Coface Economics publications october 2022 - insolvencies
Fonte: Coface Economics publications October 2022

 

Nel report Coface si rileva:"Sebbene ci sia meno margine di manovra fiscale rispetto alla pandemia, per il 2023 non si può escludere uno scenario di ulteriore divergenza tra la macroeconomia (rallentamento significativo, o addirittura recessione in alcuni paesi) e la microeconomia (aumento limitato delle insolvenze d’impresa). In tal caso, l’aggiustamento necessario a medio termine per correggere i conseguenti squilibri macroeconomici sarebbe ancora maggiore."

 

Offerta e domanda di credito in Eurozona

Secondo il report di Allianz Trade, pubblicato nel novembre 2022,  dopo un anno di stabilizzazione degli standard di prestito, le banche sono diventate significativamente più avverse al rischio, il che può ripercuotersi sugli standard di credito per giungere ad una stretta sull'offerta. Le motivazioni sono da ricercare in:

  • minore tolleranza al rischio delle banche;
  • costo più elevato dei fondi;
  • vincoli di bilancio.

Si stima che la stretta netta possa toccare livelli simili a quelli registrati durante le prime fasi della crisi conseguente alla pandemia da Covid-19 nel 2020.
Allianz Trade stima aumento medio dei tassi di interesse per le imprese di +200 punti base nella prima metà del 2023. Questo comporterà la crescita dell'indebitamento finanziario delle società non finanziarie che potrebbe toccare nuovi record in termini assoluti. Il tutto combinato con un inasprimento globale delle condizioni finanziarie, che porterà alla crescita della spera per interesse e dunque ad un ulteriore aumento dei costi per le imprese, già alle prese con caro energia ed inflazione.
Le organizzazioni di Italia, Spagna e Francia sono quelle maggiormente esposte al rischio.
Il sostegno fiscale dei governi nazionali, in questo contesto, stanno operando sul contenimento delle insolvenze. Le insolvenze aziendali iniziano però a crescere. Le imprese più grandi hanno tuttavia coperto in gran parte il proprio fabbisogno di rifinanziamento fino al 2023, il che le rende meno sensibili all'inasprimento delle condizioni di finanziamento. Le consistenti riserve di liquidità (+32% rispetto ai livelli di fine 2019) potranno inoltre agire nella prevenzione di stress da liquidità che potrebbero verificarsi, ma soltanto nel caso in cui la recessione si rivelerà moderata e di breve durata e se i prezzi dell'energia non aumenteranno ulteriormente. Il report Allianz Trade conclude: "ci aspettiamo che le insolvenze aumentino nei prossimi mesi e superino i livelli pre-pandemici all'inizio del 2023, dopodiché accelereranno (+19% a livello globale, +5pp rispetto al 2° trimestre). Stimiamo che le attuali misure di sostegno dello Stato stiano riducendo l'aumento delle insolvenze di -12 punti percentuali (o il salvataggio di 2.600 imprese) nel 2022 e 2023."

 

Lo stato dei pagamenti in Italia

Veniamo al dettaglio sul Belpaese, con il quadro offerto dallo studio sui pagamenti del terzo trimestre 2022, condotto dal CRIF.
Nel terzo trimestre del 2022 rimane stabile l’incidenza dei pagamenti puntuali delle imprese italiane, confermando i risultati raggiunti nel secondo trimestre dell’anno. Si tratta del 40,7% del totale, in linea col secondo trimestre del 2022 (40,6%) e in recupero sul 2020 (35,7%). L’incidenza dei pagamenti in grave ritardo (oltre i 30 giorni dalla scadenza) sul totale arriva a quota 9,1%, confermandosi significativamente migliore del 2020 (12,8%). Dunque nel terzo trimestre del 2022 migliora la qualità dei pagamenti rispetto al 2021 e al 2019.
Secondo l'analisi territoriale, il Nord Est è l'area più affidabile con il 47,8% di pagamenti puntuali, stessa incidenza del trimestre precedente, e il 6,1% di ritardi gravi (era il 6,4% nel trimestre precedente). Sud e Isole invece continuano a mostrare le maggiori criticità, con il 28,1% di pagamenti regolari e il 14,6% di ritardi gravi, comunque in lieve miglioramento rispetto al trimestre precedente.
Passando ai settori merceologici, fra i più virtuosi nei pagamenti i servizi finanziari con una percentuale del 53,5% dei pagamenti puntuali a fronte del 6,9% dei ritardi gravi; buona anche la performance del manifatturiero (44,8% dei pagamenti puntuali) e quella delle costruzioni (45,8%), con ritardi gravi rispettivamente nel 6,4% e 6,9% dei casi. Agricoltura e commercio al dettaglio migliorano lievemente rispetto al trimestre precedente, ma si trovano in prima linea rispetto all'inflazione, degli aumenti dei prezzi delle materie prime, delle tensioni macroeconomiche e geopolitiche. I questi ambiti troviamo infatti la concentrazione più bassa di pagamenti puntuali (38,1% e 30,8%) e la maggior incidenza di ritardi gravi (11,2% e 13,2%) sul totale.
I dati sono positivi, dunque, ma il contesto in cui si apre il 2023 lascia presagire che vi saranno significativi peggioramenti, per via della complessa situazione macroeconomica e geopolitica attuale, caratterizzata da elementi quali lo shock energetico, il continuo aumento dell’indice nazionale dei prezzi al consumo oltre che l’aumento dei tassi che la BCE ha varato principalmente al fine di contenere l’inflazione.
Lo studio CRIF conclude: "Alla luce di questi elementi potenzialmente negativi per le imprese, specialmente per le PMI, sarebbe ragionevole aspettarsi un’influenza avversa sui termini di pagamento delle imprese nei mesi finali dell’anno."

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