Sostenibilità

Quanto è Sostenibile il nostro Paese?

Il “Rapporto Italia Sostenibile 2022” di Cerved disegna un Paese con notevoli potenzialità, nonostante sui diversi temi ESG non si raggiungano gli stessi traguardi. Mentre le performance economiche e sociali ci collocano al di sotto della media europea, la sostenibilità ambientale si mantiene su buoni livelli sull'intero territorio nazionale.

 

 

Indietro sulla sostenibilità economica e sociale, avanti su quella ambientale, a doppia velocità a livello territoriale. Il Rapporto Italia Sostenibile 2022 di Cerved, disegna un Paese non uniforme sul tema, ma con notevoli potenzialità.
Una mappa della sostenibilità che mostra il divario Nord-Sud anche su questo fronte, un'analisi dei rischi fisici derivanti dal cambiamento climatico e dei rischi generati dalla transizione ecologica, anch'essi distribuiti diversamente per settori e territori, con alcune sovrapposizioni che vanno monitorate attentamente.
E infine la crescita esponenziale della finanza sostenibile che tuttavia non raggiunge ancora le PMI. Piccole e medie imprese che però potrebbero sviluppare un notevole potenziale intercettando gli investitori ESG.

Rapporto Italia Sostenibile: II edizione della ricerca Cerved

Il Rapporto Italia Sostenibile, alla sua seconda edizione, giunge a produrre una serie di indici sintetici, aggregando numerosi dati prodotti da Cerved e da altre fonti pubbliche al fine di misurare la sostenibilità dei territori italiani e individuarne le priorità.
In questa nuova edizione è stata poi introdotta l'analisi dei paesi europei, in modo da valutare il posizionamento sia dell'Italia nella sua interezza, sia delle sue diverse aree geografiche, operazione che come vedremo ha contribuito a far emergere con più forza la doppia velocità a cui viaggia il Belpaese e su quale dei tre fronti della sostenibilità: ambientale, sociale ed economico.
Nelle comparazioni internazionali quanto in quelle tra le province italiane, emerge l’evidente correlazione tra i livelli di sostenibilità economica e sociale, tra il dinamismo e la capacità di innovazione del tessuto produttivo e la velocità della transizione ecologica. Dunque le grandi questioni del riequilibrio sociale e ambientale non sono separabili dai problemi strutturali che limitano lo sviluppo, a partire dalla produttività che in Italia è bloccata da più di vent’anni e impedisce la crescita dei redditi.

L'indice di sostenibilità generale prende in considerazione 200 variabili, organizzate in 56 tematiche e suddivise in 17 componenti:

  • Sostenibilità economica. Tessuto produttivo, attrattività, solidità delle imprese, rete infrastrutturale, occupazione e dinamiche del lavoro.
  • Sostenibilità sociale. Capitale umano e formazione, ricchezza delle famiglie, fragilità delle famiglie, assistenza alle famiglie, condizione degli anziani, salute e sistema sanitario, sicurezza e giustizia.
  • Sostenibilità ambientale. Inquinamento e consumo di risorse, consumi e riconversione energetica, sostenibilità idrogeologica e sismica, gestione delle scorie e dei rifiuti, rischio transizione.

 

La mappa della sostenibilità

L’Italia mostra un posizionamento diverso sui tre fattori della sostenibilità, mentre le performance economiche e sociali sono tali da mantenere il nostro Paese al di sotto della media europea, la sostenibilità ambientale si mantiene su buoni livelli, peraltro sull'intero territorio nazionale.
Nell’indice di sostenibilità generale siamo a metà classifica (15° posto su 29 nazioni), ma andando a suddividere il territorio in tre parti, scopriamo che la sostenibilità è bassa nelle regioni del Sud, media in quelle del Centro e superiore alla media nel Nord, dove ci si avvicina ai dati dei migliori cinque Paesi monitorati.

 

Rapporto Cerved Italia Sostenibile 2022
Fonte: Rapporto Cerved Italia Sostenibile 2022

 

La stagnazione della produttività, scarsa attrattività per gli investimenti esteri, limitata capacità di innovazione, bassa crescita, cattive performance economiche del Paese, redditi fermi, si alimentano nel nostro Paese in un circolo vizioso che ne mina la sostenibilità economica e ci colloca al di sotto della media europea. Tuttavia, l’Italia rimane un attore protagonista del commercio internazionale, con le esportazioni che generano ricavi pari al 30% del PIL.
La sostenibilità sociale fornisce un quadro molto simile a quello della sostenibilità economica, collocando l’Italia al di sotto della media europea, al diciottesimo posto tra i paesi analizzati.
Famiglie a rischio di povertà (oltre il 25%), capacità di formazione del capitale umano al di sotto della media europea e un sistema di sicurezza e giustizia molto poco efficiente, sono alla base delle scarse performance. Anche in questo caso abbiamo un dato positivo: l’Italia risulta al di sopra della media europea nell’assistenza sociale e, soprattutto, nella sanità: è al settimo posto tra i 29 paesi europei esaminati, e precede tutte le maggiori nazioni tranne la Germania.
Sopra la media europea invece l'indice di sostenibilità ambientale, con il Mezzogiorno che mostra il dato peggiore, ma con un divario molto più ridotto rispetto ai ritardi misurati nelle aree economica e sociale.

 

Rischio fisico

Il cambiamento climatico in atto comporta l'esigenza di valutare, prevenire e mitigare i rischi fisici, in particolare in territori come quello italiano esposto a danni generati da eventi come alluvioni, frane e terremoti che possono infatti avere un impatto significativo sull’economia reale e sul settore finanziario.
Cerved ha combinato dati propri e di fonte pubblica, incrociando le informazioni relative alle sedi di tutte le società italiane con le mappe dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), per misurare questi rischi e i potenziali impatti economici, valutando l’esposizione di imprese e immobili alle diverse componenti del rischio fisico.
Sono oltre un milione le aziende esposte a rischio fisico “alto” o “molto alto”, con un’incidenza particolarmente alta nelle province appenniniche come L’Aquila, Vibo Valentia e Isernia. Parliamo di quasi un'impresa italiana su cinque e di 3,3 milioni di addetti. Se si considera solo il rischio di frane e di alluvioni (rischi effettivamente influenzati dai cambiamenti climatici, a differenza di quello sismico), il numero di imprese a rischio scende a 550 mila con 2,1 milioni di lavoratori. E le aree a maggior rischio si collocano tra Nord-Est e Liguria, mentre le province maggiormente esposte sono quelle di Ferrara, Bologna e Pisa.
Dati interessanti alla luce della recente introduzione, da parte della Banca Centrale Europea nell’ambito del Meccanismo di Vigilanza Unico europeo, del monitoraggio del rischio di alcuni fattori legati al cambiamento climatico e alla transizione verso un’economia sostenibile.
Ma anche fondamentali per comprendere quanto le imprese necessitino di un'attenta mappatura dei rischi a cui sono esposte, al fine di mettere in campo iniziative volte a contenerli, mitigarli o trasferirli al mercato assicurativo.

Rischio di transizione

Anche un calendario di transizione ecologica tanto necessario, quanto serrato, potrebbe esporre le imprese italiane a diversi livelli di rischio. Su questo fronte Cerved ha definito un sistema che misura il grado di esposizione delle imprese italiane al processo di transizione, distinguendo quattro classi di rischio:

  • settori che necessitano di ingenti investimenti per riconvertire la produzione o per ristrutturare profondamente gli impianti produttivi (a rischio transizione alto o molto alto) come i combustibili fossili o i settori energivori;
  • settori manifatturieri che dovranno fare investimenti meno sostanziosi (a rischio medio, come ad esempio il sistema moda);
  • settori per cui gli investimenti sono trascurabili (a basso rischio);
  • settori green, già in linea con i requisiti previsti dalla normativa.

La classificazione consente di stimare che  932 mila società italiane (e quasi 2 milioni di addetti) hanno un rischio di transizione alto e molto alto, per cui sono necessari investimenti rilevanti per adeguarsi a un’economia a emissioni zero.
Stringendo il campo sulle società di capitali a rischio transizione alto e molto lato, emerge che 35mila su 57mila (dunque oltre la metà), non sono dotate della struttura finanziaria necessaria per affrontare gli investimenti richiesti dalla transizione sostenibile.
La gran parte delle risorse finanziarie che può essere mobilitata per investimenti è concentrata nelle regioni del Nord (14,8 miliardi su 20,6 miliardi totali).
La struttura a distretti industriali, con province altamente specializzate su determinati settori, tipica del sistema produttivo italiano, in un'ottica di rischi di transizione comporta la necessità di cambiamenti da parte di interi territori. E se suddetti territori si localizzano in aree con una struttura finanziaria più debole, la questione diventa grave quanto prioritaria. I casi più emblematici sono quelli di Potenza (dove il 29,4% degli addetti opera in attività a rischio alto e molto alto di transizione), Taranto (29,3%), Chieti (27,7%) e Campobasso (26%).
Si tratta peraltro di territori che presentano anche una scarsa capacità di attrarre investimenti e spesso anche bassi livelli di sostenibilità sociale, dunque i rischi diventano povertà ed esclusione sociale in province come Taranto, Siracusa e Crotone.
Cerved conclude che: "Sono i territori sui quali sarebbe necessario concentrare le risorse del PNRR per favorire una trasformazione del tessuto produttivo e per minimizzare i costi sociali connessi con questi cambiamenti."

 

Finanza sostenibile

La finanza sostenibile è una delle risposte più coerenti possibili all'esigenza di coperture per traghettare i sistemi economici nella transizione ecologica. E su questo fronte il 2021 è stato un anno di grande accelerazione per la finanza sostenibile, quegli investimenti che cioè integrano valutazioni ambientali, sociali e di governance (ESG). Il mercato ha raggiunto 1500 miliardi di dollari, registrando un aumento del 90% rispetto al 2020. Circa la metà delle emissioni (750 miliardi di euro) è riconducibile all’Europa, con un incremento dell’89% rispetto al 2020, e tra queste troviamo le obbligazioni green, legate a progetti specifici in particolare in ambito energetico e di carbon neutrality.
Crescita impressionate (239% rispetto al 2020) poi dei Sustainability-linked Loans, prestiti che richiedono al beneficiario di raggiungere specifici obiettivi di sostenibilità concordati con gli istituti di credito e da questi monitorati periodicamente.
Passando al mercato italiano, l’emissione delle obbligazioni green, sociali e sostenibili da parte di enti italiani ha raggiunto un valore cumulato pari a circa 70 miliardi di euro. Si tratta principalmente di Green Bond e in particolare dai Sustainability-linked Bond. L’Italia a fine 2021 è stata il quarto Paese europeo per prestiti e obbligazioni green, dopo Francia, Germania e Gran Bretagna e seguita da Spagna, Olanda e Svezia. A livello globale, soltanto Stati Uniti e Cina hanno superato l’Italia per emissioni cumulate di finanziamenti sostenibili.

PMI, rischi e transizione sostenibile

Le PMI, che costituiscono la spina dorsale del tessuto economico italiano, sono finora rimaste ai margini dello sviluppo della finanza sostenibile. Un’analisi di Cerved Rating Agency, rileva che il mercato prospettico delle PMI vale 7,5 miliardi di euro per il 2022, con 794 potenziali nuovi emittenti green. Tuttavia gli investimenti di natura sostenibile hanno coinvolto principalmente le grandi imprese, lasciando alle PMI solo un ruolo limitato.
La finanza sostenibile, quale fonte di finanziamento è ancora poco conosciuta dalle imprese: il 70% dei partecipanti a un’indagine condotta dal Forum per la Finanza Sostenibile dichiara di non avere ricevuto proposte di prodotti SRI per finanziare le proprie attività.
Inoltre non essendo possibile ad oggi misurare le performance di ESG delle piccole e medie imprese, l'attrattività verso queste ultime dal punto di vista degli investitori resta bassa.

Cerved ritiene che l'introduzione di obblighi di rendicontazione analoghi a quelli previsti per le grandi società quotate, ma ovviamente strutturati e proporzionati in maniera adeguata alle ridotte dimensioni delle PMI, potrebbe essere un passo avanti per attrarre risorse. Bisogna infatti tenere ben presenti le peculiarità legate a:

  • governance
  • risorse
  • organizzazione

al fine di definire le informazioni più rilevanti delle società più piccole, da condividere con gli stakeholder. Un'attività che comunque necessita un ripensamento e l'adozione delle strategie adeguate da parte delle aziende che dovranno farsi affiancare da professionalità adeguate.
Un ruolo fondamentale può essere quello dei broker assicurativi come ASSITECA, che si propone come partner professionale per un supporto operativo mirato all'implementazione della sostenibilità nelle strategie aziendali.

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