sostenibilità agroalimentare

Sostenibilità e gestione dei rischi ESG nel settore agroalimentare

Il settore agroalimentare è sempre più chiamato ad adottare un approccio sostenibile al business, che tenga conto delle componenti ambientali, sociali e di governance, oltre che economiche. La sostenibilità è una scelta strategica, diventata il driver per la trasformazione delle imprese. Molte le sfide e i cambiamenti che le aziende dovranno affrontare. 

 

Sostenibilità: driver per la trasformazione delle imprese

Il 2021 è stato l’anno in cui si è forse finalmente compresa l’importanza della sostenibilità come driver della trasformazione, ovvero del riconoscimento dei criteri ESG come asset intangibili da integrare nelle strategie e nel core business delle imprese.

I criteri ESG (Environmental, Social, Governance) sono indicatori che permettono di analizzare l'attività non solo su aspetti finanziari, ma sotto il profilo ambientale, sociale e di buona governance.

  • I criteri ambientali (Environmental) esaminano il modo in cui un’azienda contribuisce alle sfide ambientali (rifiuti, inquinamento, emissioni di gas a effetto serra, utilizzo di energie rinnovabili e attenzione alle riserve idriche; biodiversità e sicurezza alimentare, …) e le sue performance in tal senso.
  • I criteri sociali analizzano il modo in cui l’impresa tratta le persone (gestione del capitale umano, diversità e le pari opportunità, diritti umani e condizioni di lavoro, salute e sicurezza dei prodotti, …).
  • I criteri di governance valutano il modo in cui un’azienda è amministrata (diversità e struttura del consiglio, remunerazione dei dirigenti, strategia e pratiche fiscali, corruzione e abuso d’ufficio, gestione dei rischi, …).

Integrare la sostenibilità nelle attività aziendali vuol dire quindi comprendere il cambiamento e prepararsi al futuro. Oggi non è più solo un’opzione, ma una scelta strategica imprescindibile nella pianificazione dei propri processi produttivi e organizzativi.

I motivi sono molteplici e vanno da una domanda sempre più sensibile all’impegno e alla coerenza delle organizzazioni sui temi sociali e ambientali, al poter migliorare la strategia e la politica di gestione a lungo termine, dal miglioramento della reputazione e la fedeltà al marchio a una maggiore comprensione dei rischi e delle opportunità che offre il mercato.

Le nuove regole per la partecipazione a bandi pubblici e appalti stanno inoltre andando nella direzione della premialità, se non anche di un criterio di selezione, per le imprese che hanno performance positive non solo in ottica economica, ma sociale e ambientale.

Infine gli interventi normativi, a livello nazionale, europeo e internazionale, stanno sempre più orientandosi verso l’adozione da parte degli intermediari finanziari di parametri capaci di cogliere la responsabilità sociale e ambientale delle imprese. Tanto più un’azienda sarà capace di dimostrare la propria sostenibilità, tanto più avrà possibilità di accedere a un finanziamento diretto o di entrare nei portafogli dei fondi di investimento, anch’essi sempre più attenti ai temi dello sviluppo sostenibile.

 

Perchè parlare di sostenibilità nel settore alimentare?

Il settore agroalimentare, con un fatturato di oltre 500 miliardi e quasi 4 milioni di occupati, contribuisce in modo significativo all’economia italiana ed è particolarmente impattato dai criteri ESG.

Innanzitutto, è dimostrato che la produzione di cibo alle condizioni attuali è responsabile del 25% delle emissioni di CO2 con processi di lavorazione tra agricoltura, trasformazione e allevamenti che causano il 54% delle emissioni di metano. Nel nostro paese il report sul Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici 2021 di SNPA (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) ricorda che nel 2020 si sono persi 51,7 Km quadrati di suolo.

Ulteriore spinta ad un approccio sostenibile lungo la filiera agroalimentare è data da fattori esogeni, tra cui la domanda dei consumatori, che esprime una crescente attenzione al tema della sostenibilità nelle scelte di acquisto. L’attenzione del consumatore finale è altissima in ordine alla provenienza delle materie prime, agli ingredienti, all’acquisto di prodotti genuini, all’agricoltura biologica, a prodotti a corto raggio, le cui materie prime o la cui lavorazione avviene sul territorio, e alla nutrizione personalizzata.

Il consumo consapevole si esprime attraverso diversi fattori. Primo fra tutti il packaging che rappresenta un elemento in grado di guidare gli acquisti per l’impatto ambientale dell’imballaggio che, secondo un consumatore su due, dovrebbe essere considerato nella scelta d’acquisto. Molte aziende si stanno convertendo all’uso di packaging a basso impatto, materiali meno inquinanti della plastica, materiali riciclati, confezioni riutilizzabili o commestibili o compostabili, che partono da materie prime di origine organica, con involucri fatti di noci, frutta secca e semi, o addirittura a soluzioni zero-waste.

Altro fattore determinante nelle scelte dei consumatori risulta la tracciabilità dei prodotti alimentari, in vigore in tutta l’UE dal 2005, volta a monitorare ogni step del processo di produzione e a garantire la qualità dei prodotti. In questo modo le aziende del comparto agroalimentare assicurano trasparenza informativa in etichetta, conformità alle normative legate alla sicurezza alimentare, la presenza di certificazioni obbligatorie e la condivisione di informazioni rilevanti per i consumatori. Ne consegue anche l’importanza della rintracciabilità di un prodotto alimentare al fine di poter ricostruire l’intero percorso di un prodotto: dal suo stato finale sino alle materie prime di partenza.

Tra i fattori esogeni sopracitati, rientra anche la proposta strategica dell’European Green Deal, nota come Farm to Fork (F2F), il piano decennale messo a punto dalla Commissione europea per guidare la transizione verso un sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente studiato per trasformare il sistema alimentare europeo dall’agricoltura alla produzione e distribuzione.

Gli obiettivi principali della F2F sono:

  • garantire una produzione alimentare sostenibile;
  • garantire la sicurezza alimentare;
  • favorire una filiera alimentare sostenibile dalla lavorazione alla vendita (sia all’ingrosso sia al dettaglio) fino ai servizi accessori, come l’ospitalità e la ristorazione;
  • promuovere il consumo di cibi sostenibili e sostenere la transizione verso abitudini alimentari sane;
  • ridurre gli sprechi alimentari;
  • combattere le frodi alimentari lungo la filiera.

Tra gli obiettivi da conseguire entro il 2030 ce ne sono alcuni che si riflettono anche nella strategia per la biodiversità: ridurre del 50% dell’uso di pesticidi chimici; dimezzare la perdita di nutrienti, garantendo al tempo stesso che la fertilità del suolo non si deteriori e la riduzione di almeno il 20% nell’uso di fertilizzanti; ridurre del 50% le vendite totali di antimicrobici per gli animali d’allevamento e di antibiotici per l’acquacoltura; trasformare il 25% dei terreni agricoli in aree destinate all’agricoltura biologica.

A tal proposito, occorre ricordare il progetto di riforma dei reati agroalimentari, elaborato dalla “Commissione Caselli” nel 2015, che introduce nuove fattispecie di reati agroalimentari presupposto per la responsabilità amministrativa degli enti ex D.lgs. 231/01. Tra le principali novità:

  • l’art. 25 bis 2 del Decreto 231 “Frodi nel commercio di prodotti alimentari” annovera come reati presupposto i delitti di “Frode nel commercio di alimenti”, “Commercio di alimenti con segni mendaci”, “Contraffazione di indicazioni geografiche o denominazione di origine dei prodotti agroalimentari” e l’“Agropirateria”, quali fattispecie previste a tutela del patrimonio agroalimentare (come nuovo bene giuridico meritevole di tutela) contro qualsiasi condotta, a partire dalle condizioni di allevamento degli animali, dalle irregolarità nell’uso di prodotti chimici in campo fino al monitoraggio delle condizioni di trasporto dei prodotti e della loro conservazione, finalizzata a trarre in inganno il consumatore attraverso informazioni false, uso di segni distintivi fallaci, omissione di indicazioni obbligatorie come la provenienza geografica, l’origine o la qualità degli ingredienti;
  • l’art. 25 -bis 3 del D.lgs 231/01, “Delitti contro la salute pubblica” introduce il delitto di “Disastro sanitario” a tutela della salute pubblica che punisce qualsiasi condotta volta a contaminare, adulterare o corrompere, vendere, trasportare alimenti destinati al commercio e al consumo pubblico, rendendoli pericolosi per la salute pubblica;
  • infine, il progetto di riforma pone l’accento sulla necessità per le aziende che operano nel settore agroalimentare di adottare un MOGC (Modello di organizzazione, gestione e controllo Legge 231) “speciale” che assicuri l’adempimento relativo a: etichettatura, rintracciabilità di un prodotto alimentare, controllo qualità, procedure di ritiro o di richiamo dei prodotti alimentari, valutazione e gestione dei rischi connessi e periodiche verifiche sull’effettività e sull’adeguatezza del modello adottato.

Un chiaro esempio della lotta alle frodi nel commercio di prodotti alimentari è quello dell’Olio di Oliva per il quale accade spesso che all’interno di bottiglie etichettate con nomi e claim che rimandano all’italianità del prodotto poi in realtà ci sia olio di importazione. In tal senso già si era fatta strada la Legge 9/2013 cd. «Salva Olio» rappresentando una rivoluzione nella filiera dell’olio di oliva dal momento che aveva introdotto controlli più stringenti allo scopo di fronteggiare le frodi nel settore e rendere il mercato più tutelante per il consumatore.

Il Report di Sostenibilità: l’importanza di misurare e rendicontare

Affinchè l’approccio ai criteri ESG risulti efficace è fondamentale tradurli per quanto possibile in indicatori quantitativi (KPI) da misurare e monitorare nel tempo.

Il Report di sostenibilità permette alle aziende di mettere in pratica un monitoraggio e un miglioramento continuo delle performance, è il documento con cui l’azienda comunica all’esterno l’impatto del proprio business in termini economici, sociali e ambientali.

La modalità di reporting delle dinamiche non finanziarie è un tema in rapida evoluzione. Oggi i principi di redazione condivisi promuovono trasparenza, leggibilità e verificabilità delle informazioni e seguono criteri di compilazione codificati, guidati da framework e standard internazionali globalmente riconosciuti.

Le linee guida maggiormente riconosciute fanno riferimento ad organizzazioni quali il Global Reporting Initiative (GRI), l’International Integrated Reporting Council (IIRC) e il Sustainability Accounting Standards Board (SASB).

Tutti gli standard di rendicontazione condividono l’approccio della materialità. Attraverso l’analisi di materialità l’impresa identifica gli elementi (interni e/o esterni) che hanno maggiore capacità di incidere (positivamente e/o negativamente) sulla sostenibilità dell’organizzazione.

Nell’analisi va considerata la prospettiva di tutti gli stakeholder, o portatori di interesse, dell’azienda: interni (top management, consiglio di amministrazione) ed esterni (lavoratori, clienti, fornitori, comunità locali, autorità pubbliche, media, investitori e opinion leader)

La combinazione della “materialità” interna ed esterna, assegnata per ogni aspetto, restituisce un valore di importanza che consente di ordinarli secondo vari gradi di priorità. In questo modo l’analisi permette all’organizzazione di far emergere con chiarezza le relazioni tra gli interessi aziendali rispetto a quelli degli stakeholder, mettendo in evidenza le aree di sostenibilità di mutuo interesse, su cui maggiormente deve focalizzarsi il contenuto del reporting e delle azioni strategiche da intraprendere.

Occorre precisare che rendicontare le informazioni non finanziarie è obbligatorio ai sensi del D.Lgs 254/2016, che recepisce la direttiva europea 2014/95/UE, per le società quotate, con almeno 500 dipendenti, uno stato patrimoniale superiore a 20 milioni o con ricavi di almeno 40 milioni di euro. E’ stata però recentemente pubblicata una proposta di direttiva europea, cd. “Corporate Sustainability Directive” del 21 aprile 2021, con l’obiettivo di estendere l’obbligo anche alle società non quotate e alle PMI.

Al di là dell’obbligatorietà, ragionare sulla predisposizione di una reportistica di sostenibilità è un tema utile per tutte le imprese, indipendentemente dalle dimensioni e dal settore di appartenenza. Come abbiamo visto i vantaggi sono molteplici, perchè il reporting:

  • permette di comprendere con maggiore attenzione rischi e opportunità;
  • mette in evidenza la capacità dell’impresa di creare valore per i propri stakeholder;
  • completa il quadro delle decisioni strategiche;
  • migliora la reputazione del brand.

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