Dlgs 231 - reati agroalimentari

Nuovi reati agroalimentari: come cambia il decreto 231

Le imprese agroalimentari sono chiamate ad una maggiore responsabilizzazione, frutto dell’imminente introduzione di nuove fattispecie nel catalogo dei reati presupposto del D. Lgs. 231/2001. Il rischio di compliance che ne deriva merita un’attenta valutazione da parte delle imprese

 

La grande importanza del settore food nell’economia del nostro Paese, in crescita nonostante il periodo di crisi, da un lato, e l’accelerazione impressa dalla pandemia alla responsabilizzazione in tema di salute pubblica dall’altro, hanno dato nuovo impulso al processo iniziato nel 2015 con il progetto di riforma Caselli ed ora oggetto del ddl AC 2427, che mira a ridisegnare il sistema penale di tutela della sicurezza alimentare e della salute pubblica, a favore dei consumatori ma anche delle nostre produzioni agroalimentari, del Made in Italy riconosciuto in tutto il mondo.
Le imprese agroalimentari sono perciò chiamate ad una maggiore responsabilizzazione, frutto dell’imminente introduzione di nuove fattispecie nel catalogo dei reati presupposto del D. Lgs. 231/2001.
Il rischio di compliance che ne deriva merita un’attenta valutazione da parte delle imprese: esse dovranno predisporre strategie mirate per monitorare la situazione dell’azienda e per attuare dei modelli adeguati a evitare le sanzioni previste, anche avvantaggiandosi di consulenti competenti che studino le coperture assicurative più idonee a mitigare il rischio di compliance

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"I nuovi reati 231: gli illeciti agroalimentari"

mercoledì 13 ottobre, ore 14,30

 

Dalla Riforma Caselli al ddl AC 2427: adeguamento alla normativa europea

Il ddl AC 2427 segue le orme già tracciate dal progetto di riforma della Commissione Caselli del 2015 che mirava all’adeguamento della normativa interna a quella europea mediante l’introduzione di nuove sanzioni, proporzionate al grado di offesa del bene tutelato, per i reati di natura amministrativa e penale connessi al tema della sicurezza alimentare.
In tale prospettiva, il disegno di legge prevede l’introduzione nel Decreto Legislativo 231/2001 di:

  • due nuove fattispecie di reato, agli artt. 25-bis.2 e 25-bis.3, rubricati rispettivamente “Frodi nel commercio di prodotti alimentari” e “Delitti contro la salute pubblica”;
  • un Modello Organizzativo speciale, all’art. 6-bis, che le imprese alimentari dovranno adottare per evitare o attenuare la loro responsabilità in tema di reati agroalimentari.

Inoltre, il ddl introduce l’art. 1 bis nella Legge n. 283/1962 che, nel disciplinare la delega di funzioni nel settore alimentare e mutuando la disciplina giuslavoristica, stabilisce, a garanzia della personalità della responsabilità penale, che il conferimento di poteri e responsabilità debba avvenire necessariamente per iscritto.
In sostanza, le modifiche predisposte dal ddl mirano a:

  • estendere la responsabilità all’ente in caso di commissione di reati agroalimentari e dare applicazione concreta alle norme ad essa relative;
  • facilitare l’adozione di modelli specifici di organizzazione e gestione, anche per le imprese di piccole dimensioni.

 

231 e introduzione di nuovi reati agroalimentari

Più che nuove previsioni normative, quello che il ddl introduce è una ristrutturazione del D. Lgs 231/2001, il quale già contiene all’art. 25 bis 1 delle ipotesi di reato in materia agroalimentare. Il ddl, in sostanza, scorpora l’attuale art. 25 bis 1 in tre distinte fattispecie:

  • 25-bis 1, che ha ad oggetto i delitti contro l’industria e il commercio (art. 515 c.p.), la cui previsione tutela oggettivamente il leale esercizio del commercio e, dunque, sia l'interesse dei consumatori che quello di produttori e commercianti in tema di concorrenza sleale.
  • 25-bis 2, che riguardando nello specifico le ipotesi di frode in commercio di prodotti alimentari, ricomprende le seguenti fattispecie:
    • contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari (art. 517-quater c.p.);
    • agropirateria, un nuovo reato associativo, per il quale il riformatore ha previsto sanzioni pecuniarie particolarmente severe e pene accessorie molto incisive che arrivano, nei casi più gravi o di recidiva, sino alla chiusura dello stabilimento o dell’esercizio commerciale (nuovo art. 517-quater.1 c.p.);
    • frode nel commercio d’alimenti (nuovo art. 517-sexies c.p.);
    • commercio di alimenti con segni mendaci (nuovo art. 517-septies c.p.).
  • 25-bis 3 che invece riguarda i delitti contro la salute pubblica, già contemplati dal codice penale (agli artt. 439, 440, 440-bis, 440-ter, 440-quater, 445-bis e 452) nonché dall’art. 5, commi 1 e 2 della legge n. 283 del 1962. Tra questi, particolare menzione va fatta al nuovo reato di disastro sanitario (previsto dall’art. 445 bis c.p.).

La normativa prevede sanzioni sia pecuniarie che interdittive di durata variabile in base alla gravità del reato, fino ad arrivare all’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività nel caso in cui l’ente sia utilizzato stabilmente allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione dei reati previsti dagli artt. 25-bis 2 e 25-bis 3.

 

Responsabilità degli enti

L'introduzione dell’art. 6 bis nel D. Lgs. 231/2001 è certamente la novità più importante per le imprese operanti nel settore agroalimentare: la norma istituisce un Modello Organizzativo definito “speciale” e rivolto ai soggetti pubblici e privati, con o senza fine di lucro, che svolgono attività connesse ad una delle fasi di produzione, trasformazione e distribuzione degli alimenti, che prevenga i reati agroalimentari. La corretta adozione del modello consente all’ente di attenuare la propria responsabilità o esimersi da essa in caso di illeciti agroalimentari.

Il nuovo art. 6 bis stabilisce dunque che l’azienda debba adottare il modello in modo tale da assicurare l’adempimento di tutti gli obblighi giuridici nascenti dalla normativa nazionale ed europea con riguardo a:

  • rispetto dei requisiti nella fornitura di informazioni sugli alimenti;
  • attività di verifica sui contenuti delle comunicazioni pubblicitarie al fine di garantire la coerenza degli stessi rispetto alle caratteristiche del prodotto;
  • attività di vigilanza con riferimento alla rintracciabilità, alla possibilità di ricostruire e di seguire il percorso di un prodotto alimentare attraverso tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione;
  • attività di controllo sui prodotti alimentari, finalizzata a garantire la qualità, la sicurezza e l’integrità dei prodotti e delle loro confezioni in tutte le fasi della filiera;
  • procedure di ritiro o di richiamo dei prodotti alimentari importati, prodotti, trasformati, lavorati o distribuiti non conformi ai requisiti di sicurezza degli alimenti;
  • attività di valutazione e di gestione del rischio, frutto di adeguate scelte di prevenzione e di controllo;
  • periodiche verifiche sull’effettività e sull’adeguatezza del modello adottato.

 

Predisposizione del Modello Organizzativo

Il Modello Organizzativo introdotto dalla riforma deve avere specifiche caratteristiche, in relazione sia al tipo di attività svolta che alle dimensioni dell’azienda stessa. In particolare, ai sensi del comma 2 dell’art. 6 bis dovrà prevedere:

  • degli idonei sistemi di registrazione dell’avvenuta effettuazione delle attività prescritte dalle norme;
  • un’articolazione di funzioni che assicuri le competenze tecniche e i poteri necessari per la verifica, la valutazione, la gestione e il controllo del rischio, nonché un sistema disciplinare che sanzioni il mancato rispetto delle misure stabilite dal modello;
  • un idoneo sistema di vigilanza e di controllo sull’attuazione del modello e sulla maintenance dell’idoneità delle misure adottate, con la previsione di un riesame periodico del modello e l’eventuale sua modifica, specie qualora vi siano violazioni significative delle norme relative alla genuinità e alla sicurezza dei prodotti alimentari o alla lealtà commerciale nei confronti dei consumatori o quando i cambiamenti organizzativi dell’attività, sotto la spinta del progresso tecnologico e scientifico, lo rendano necessario.

In relazione alle dimensioni aziendali, la norma stabilisce che nelle piccole e medie imprese l’Organo di Vigilanza possa essere composto da un solo soggetto, scelto da un apposito elenco, istituito presso le CCIAA con provvedimento del MISE. A tale soggetto, dotato di un’adeguata professionalità e specifiche competenze nel settore, deve essere assicurato un autonomo potere di iniziativa e di controllo sull’attuazione del modello.
In presenza di un modello organizzato e ben funzionante, la norma prevede che la responsabilità dell’ente, in caso di commissione di reati in materia alimentare, venga mitigata o esclusa del tutto.

 

Gestione del rischio di compliance

Il nuovo art. 6 bis introduce, di fatto, un obbligo di compliance allargato alla normativa alimentare nazionale ed europea, che implica non solo la tutela dei consumatori per ciò che riguarda le informazioni sugli alimenti messi in commercio e la loro tracciabilità, ma anche con riferimento alle procedure di autocontrollo sulla qualità e sicurezza dei prodotti e sulle procedure di ritiro o richiamo di quelli valutati come non sicuri.
Come già sottolineato, la riforma apre la strada alla responsabilità amministrativa degli enti (società e associazioni), che si aggiunge a quella personale, per i reati penali, richiamati dal ddl, commessi a vantaggio o nell’interesse degli enti stessi. Ciò implica, dunque, una nuova sfida per l’impresa che, di fronte al rischio di pene pecuniarie ed interdittive, capaci di minare la stabilità dell’azienda sul mercato, deve approntare al suo interno un’organizzazione incentrata sulla gestione del rischio di compliance aziendale che comporti:

  • studio delle aree di rischio, indispensabile per avere un quadro chiaro delle necessità specifiche dell’impresa;
  • predisposizione di un Modello Organizzativo efficiente ed efficace;
  • adeguamento delle procedure operative al Modello Organizzativo;
  • attività di aggiornamento e formazione, necessaria per fronteggiare le eventuali variazioni sopraggiunte sia di natura legislativa, dunque esterne rispetto all’ente, che di natura organizzativa, interne all’impresa.

Le imprese sono altresì chiamate a valutare la necessità di affidarsi ad una consulenza specializzata che affianchi l’Organo di Vigilanza in tutte le fasi di predisposizione e aggiornamento del Modello Organizzativo 231, ed eventualmente a prevedere una copertura assicurativa specifica che mitighi il rischio di compromissione della continuità stessa dell’azienda, a fronte delle gravi sanzioni previste dalla normativa di riferimento.

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