Responsabilità ambientale

Responsabilità Ambientale: chi inquina, paga

Nonostante in Italia ci sia una grande offerta di coperture assicurative contro il rischio ambientale, si stima siano circa il 5% del totale le aziende che hanno scelto di tutelarsi. Dalla sua introduzione, nel 2004, la normativa europea sulla responsabilità ambientale ha subito diverse modifiche e correzioni, fino ad arrivare all’attuale formulazione

 

 

Il concetto di Responsabilità Ambientale deriva dal Polluter Pay Principle (PPP), cioè il principio europeo del "chi inquina paga", che esprime l’esigenza giuridica e, prima ancora, sociale, secondo cui chi mette in pericolo l’ambiente è responsabile dei danni cagionati e deve perciò pagarne le conseguenze pregiudizievoli.
Dalla sua introduzione, nel 2004, la normativa europea sulla responsabilità ambientale ha subito diverse modifiche e correzioni, fino ad arrivare all’attuale formulazione, volta a prevenire e a rimediare ai danni ambientali in ambito UE, mediante la designazione di organismi pubblici territoriali che hanno il compito di individuare i responsabili dei danni ambientali (effettivi o eventuali), valutarne la portata e garantire i provvedimenti correttivi o preventivi a tutela del patrimonio ambientale.
Obiettivo della normativa è altresì evitare che il peso economico dell’inquinamento ambientale ricada sulla collettività piuttosto che sui reali responsabili.

Responsabilità ambientale: la copertura assicurativa in Italia

Nonostante in Italia ci sia una grande offerta di coperture assicurative contro il rischio ambientale, attualmente sono poche le aziende che scelgono una tutela di questo tipo, dall’importante valenza sociale e ambientale: si stima infatti che il numero di aziende coperte da queste forme assicurative non superi il 5% del totale.
Da una parte, la non obbligatorietà della copertura assicurativa gioca un ruolo importante, dall’altro spesso le imprese sono poco o male informate circa i vantaggi derivanti dalla sottoscrizione di una copertura assicurativa o, semplicemente, sottovalutano i rischi di danno ambientale, per mancata informazione al riguardo o per scarsa diffusione della cultura del rischio e della prevenzione, a differenza di altri Paesi europei, come, ad esempio, la Germania, dove 9 imprese su 10 hanno una copertura assicurativa, pur in assenza di obblighi specifici in tal senso.
Le imprese italiane sono spesso portate a pensare che basti estendere all’inquinamento accidentale la propria polizza di Responsabilità Civile Generale per essere pienamente tutelate, tuttavia questo tipo di copertura non può dirsi affatto completa: scegliere una polizza specifica per danni da inquinamento significa mettersi al riparo sia dai rischi di inquinamento accidentale/improvviso, sia da quelli derivanti da un inquinamento di tipo graduale/progressivo, oltre che avere un supporto tecnico professionale in materia ambientale ed una tutela legale in caso di contenzioso.

Report ECA 12/2021: applicazione del PPP in ambito UE

Nonostante nel periodo 2014-2020 il bilancio dell’UE abbia destinato circa 29 miliardi di euro ai progetti finalizzati alla tutela dell’ambiente, la Corte ha riscontrato come il principio “chi inquina paga”, sebbene integrato e applicato in varia misura nelle diverse politiche dell’UE in materia ambientale, abbia ancora un’incompleta copertura e applicazione.

La relazione esamina in modo particolare la corretta applicazione del PPP in quattro settori:

  • Inquinamento industriale, nell’ambito del quale si è rilevato che sebbene la IED (Direttiva 2010/75/UE sulle emissioni industriali) si applichi a 33 settori industriali e le installazioni interessate possano operare solo in possesso di un’autorizzazione, il costo dell’inquinamento residuo per la società resta molto alto: nel 2014, l’Agenzia europea per l’ambiente (AEA) ha stimato che il costo per la società del danno ambientale dovuto all’inquinamento atmosferico residuo prodotto da 14 mila grandi impianti industriali nel periodo 2008-2012 ammontasse tra i 329 e i 1 053 miliardi di euro. Risulta poi che 17 Stati membri non impongono alle installazioni i costi delle azioni di riparazione intraprese laddove l’attività possegga un’autorizzazione o non si ravvisi un comportamento doloso o colposo. Tutto ciò, nonostante la Commissione abbia rilevato come i costi siano di gran lunga inferiori ai benefici prodotti dalla prevenzione dell’inquinamento (ad esempio, nel settore siderurgico, il rispetto della IED costa circa 90 milioni di euro all’anno, mentre la prevenzione dell’inquinamento consente di risparmiare ben 932 milioni di euro all’anno).
  • Smaltimento dei rifiuti, nodo cruciale delle politiche comunitarie, la cui normativa intende applicare una gerarchia dei rifiuti, per ridurli al massimo o utilizzarli come risorse.  La direttiva impone obiettivi vincolanti agli Stati membri (ad esempio, entro il 2025 il 55% dei rifiuti urbani dovrà essere preparato per il riutilizzo o il riciclaggio, per arrivare al 60% nel 2030 e al 65% entro il 2035, con l’obiettivo di conferire in discarica non più del 10% dei rifiuti), ma in questo ambito la Commissione ha rilevato che la normativa, sebbene integri il principio "chi inquina paga", non garantisce che chi inquina copra l’intero costo del danno cagionato. Spetta agli Stati membri decidere se i costi della gestione dei rifiuti debbano essere sostenuti dall’utilizzatore finale (ad esempio, il consumatore che smaltisce i rifiuti) o se debbano essere sostenuti in parte o integralmente dal produttore stesso (in base al principio di responsabilità estesa del produttore), che dovrebbe incentivare allo sviluppo di prodotti più ecocompatibili. Al momento, i regimi basati sulla responsabilità estesa del produttore sono obbligatori solo per i rifiuti elettrici ed elettronici, le batterie, gli accumulatori e i veicoli, ma entro il 2024 diverranno obbligatori per tutti i rifiuti da imballaggio, le plastiche monouso e gli attrezzi da pesca.
  • Gestione delle risorse idriche, nel cui ambito si rileva sostanzialmente che chi inquina non sostiene il costo pieno dell’inquinamento idrico. Sebbene la direttiva quadro sulle acque imponga agli Stati membri di tener conto del principio del recupero dei costi dei servizi idrici, compresi i costi ambientali e relativi alle risorse (secondo il PPP) e gli Stati membri siano tenuti a garantire che il contributo dei settori industriale, agricolo e domestico al recupero dei costi per i servizi idrici sia adeguato in relazione al loro consumo idrico, si ravvisa che nell’UE, in media, il 70% dei costi per fornitura di servizi idrici è a carico degli utenti, mentre il 30% resta a carico dello Stato, anche se le utenze domestiche consumano solo il 10 % dell’acqua. In sostanza, il principio del recupero dei costi risulta di difficile applicazione all’inquinamento da fonti diffuse, come, ad esempio dall’agricoltura, dove la maggior parte delle acque utilizzate non viene scaricata nella rete fognaria (e quindi le acque non vengono trattate). Dunque, si ravvisa la necessità che gli Stati membri compiano ulteriori progressi nell’integrare i costi ambientali e delle risorse nelle tariffe idriche.
  • Uso del suolo, per il quale non esiste un quadro legislativo generale dell’UE, né obiettivi comuni in materia di inquinamento del suolo e bonifica dei siti contaminati: soltanto alcuni Stati membri dispongono di una legislazione nazionale completa in materia. Del resto, la decontaminazione del suolo risulta essere molto costosa (nonostante i fondi dell’UE finanzino il 42% delle opere di bonifica) a causa di attività inquinanti perpetrate nel tempo, per le quali risulta difficile individuare, a distanza di anni, i responsabili.

 

Finanziamenti UE in materia ambientale

Il mancato rispetto degli obblighi stabiliti dalla normativa dell'Unione Europea in materia ambientale comporta grossi costi per i cittadini: si stimano circa 55 miliardi di euro all’anno in termini di costi e di mancati benefici. Per tale motivo, una parte del bilancio dell’UE viene destinata per finanziare progetti per la bonifica dei siti inquinati e per la protezione dell’ambiente, attraverso il Fondo europeo di sviluppo regionale e il Fondo di coesione, nell’ambito del tema Ambiente e uso efficiente delle risorse (con 2,6 miliardi di euro resi disponibili nel periodo 2014-2020) e nel programma LIFE (che ha destinato circa 29 miliardi di euro a progetti per la tutela ambientale).

L'utilizzo di fondi pubblici è soggetto ad una disciplina specifica, che prevede le condizioni per l’accesso ai finanziamenti, in virtù del PPP. In particolare, è ammesso l’utilizzo dei fondi pubblici per:

  • ridurre l’inquinamento da emissioni industriali, in cui l’investimento è concesso per l’adozione di misure maggiori rispetto a quelle previste dalla disciplina oppure per prevedere misure pur in assenza di norme sulla tutela ambientale;
  • prepararsi alle future norme dell’UE;
  • risanare siti contaminati, nel caso in cui l’inquinatore non sia stato identificato o non possa essere considerato giuridicamente obbligato a finanziare l’intervento di risanamento (si tratta dei siti interessati da inquinamento orfano, cioè quello provocato in passato, al quale non è possibile applicare il principio “chi inquina paga”).

In definitiva, i finanziamenti pubblici non possono essere utilizzati per esonerare gli operatori dal sostenere il costo del trattamento dei rifiuti da essi prodotti.

Cenno a parte merita la circostanza per cui i fondi europei siano stati utilizzati per sopperire alla mancata attuazione della normativa ambientale in ambito nazionale, o nei casi in cui lo Stato non si è attivato per sanzionare chi ha prodotto danni ambientali: è il caso della Campania, dove sono stati utilizzati più di 27 milioni di euro di fondi UE per episodi di inquinamento avvenuti quando già la legislazione era in vigore, ma per i quali le autorità pubbliche nazionali non sono riuscite ad imporre il risarcimento dei danni agli operatori responsabili dell’inquinamento.

 

Report ECA: raccomandazioni

Dall’analisi della situazione attuale derivano le 3 Raccomandazioni della Corte, che riassumono bene il quadro disegnato nel documento:

  • Raccomandazione 1, da attuare entro fine 2024 – Valutare le possibilità per integrare maggiormente il principio "chi inquina paga" nella normativa ambientale;
  • Raccomandazione 2, da attuare entro fine 2023 – Esaminare la possibilità di rafforzare l’applicazione della direttiva sulla responsabilità ambientale;
  • Raccomandazione 3, da attuare entro il 2025 – Evitare che i fondi dell’UE vengano utilizzati per finanziare progetti che dovrebbero essere a carico di chi ha causato l’inquinamento.

 

Prassi di Riferimento UNI/PdR 107:2021 – Certificazione Ambiente Protetto

Le problematiche affrontate a livello europeo sono recepite con consapevolezza in Italia, dove molte aziende si sono impegnate negli ultimi anni per rispettare la normativa in tema ambientale e per ridurre emissioni di CO2, utilizzare risorse rinnovabili nei cicli produttivi e riciclare i rifiuti prodotti. La normativa italiana, sebbene sia tra le più severe al mondo e contempli, in caso di danni all’ambiente, l’obbligo per il responsabile di pagare i costi di bonifica, nulla o quasi prevede in tema di prevenzione: in pratica, la legge interviene quando il danno è già stato fatto, mentre sarebbe auspicabile intervenire prima sui processi produttivi inquinanti per evitare i danni ambientali.
Le certificazioni ambientali che è possibile ottenere per evitare i danni causati da sversamenti, contaminazioni ed esplosioni, tra cui la ISO14001 e l’EMAS lasciano all’azienda la valutazione degli obiettivi e non prevedono requisiti tecnici specifici da utilizzare per ridurre il rischio ambientale.
La nuova Prassi di riferimento Ambiente Protetto, ideata e promossa da Pool Ambiente e Uni, in collaborazione con ANRA, si rivolge a tutte le aziende che svolgono attività in un sito, a prescindere dal settore in cui operano, ed è uno strumento complementare alle certificazioni già esistenti che nasce dall’esigenza di individuare in modo specifico le possibili sorgenti di inquinamento e ridurre al minimo il rischio ad esse correlate.


Prassi di Riferimento: gli scenari di danno all’ambiente

La Prassi di Riferimento presenta 7 diversi scenari di danno all’ambiente e, per ognuno di essi, individua sia le sorgenti inquinanti specifiche e i possibili danni da esse derivanti, sia i requisiti obbligatori per evitare danni ambientali, di modo che ogni azienda possa individuare la sua situazione specifica e mettere in atto tutte le azioni necessarie per ridurre il rischio di causare danni all’ambiente. Inoltre, vengono fornite indicazioni circa i requisiti generali obbligatori per la gestione delle emergenze e per la sottoscrizione delle coperture assicurative complete contro i danni all’ambiente.

Gli scenari previsti sono:

  • Incendio, scoppio, esplosione;
  • Perdita da elementi interrati come serbatoi, e vasche;
  • Perdita da condutture sia interrate che fuori terra;
  • Perdita da serbatoi o vasche fuori terra;
  • Sversamento o percolamento in aree di movimentazione o deposito di prodotti o rifiuti;
  • Emissioni in atmosfera fuori norma;
  • Emissione di Reflui fuori norma.

Le imprese, applicando correttamente i requisiti individuati dalla Prassi di Riferimento UNI/PdR 107:2021 possono ottenere la Certificazione Ambiente Protetto, benefici economici (ad esempio, sconti sui premi assicurativi delle polizze ambientali) e un importante ritorno di immagine.
In sostanza, la Prassi mira a trasformare in investimento ciò che per le imprese rappresenta un costo: la certificazione Ambiente Protetto rappresenta un criterio di scelta per i consumatori che vogliono premiare le aziende maggiormente impegnate nella tutela dell’ambiente, dunque determinante in termini di reputazione e per la business continuity.
Adottare la Prassi di Riferimento Ambiente protetto non significa annullare i rischi per l’azienda di essere responsabili di eventi inquinanti: l'unico modo per tutelarsi contro tale rischio è stipulare una polizza assicurativa per danni ambientali.

Responsabilità ambientale: strumenti finanziari contro il rischio

Dall'analisi svolta nel Report ECA risulta che i progetti finanziati con il bilancio UE spesso hanno riguardato casi in cui gli alti costi di bonifica superavano la capacità finanziaria dell’operatore responsabile dei danni, che non aveva alcuna garanzia finanziaria al riguardo. Per questo la direttiva ELD prevede che gli Stati membri incoraggino lo sviluppo di strumenti finanziari che coprano tali rischi, sotto qualsiasi forma (polizza assicurativa, contributi a fondi ambientali, garanzie bancarie, obbligazioni o riserve proprie). Tuttavia, non esiste un obbligo in tal senso, ed infatti, soltanto alcuni Stati membri impongono alle imprese industriali di assicurarsi contro i rischi ambientali.
Da uno studio sulla disponibilità e sulla domanda di polizze assicurative negli Stati membri emerge che lo strumento più diffuso è certamente rappresentato dalle polizze assicurative, che però non risultano disponibili in tutti i Paesi dell’UE: il mercato assicurativo si è maggiormente sviluppato solo laddove la garanzia è obbligatoria.
In virtù di tale situazione, nel programma di lavoro 2021-2024, la Commissione ha previsto uno studio delle sovrapposizioni tra la legislazione nazionale preesistente e l’applicazione della ELD in ciascuno Stato membro, e intende incoraggiare gli Stati membri sprovvisti ad introdurre una garanzia finanziaria obbligatoria per la responsabilità ambientale ai sensi della ELD, oltre che valutare l’introduzione di un regime di responsabilità secondaria per altri soggetti (amministratori e dirigenti e società madri).

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