labirinto imprese gestione rischi 04.12.2020

Imprese: necessaria una gestione integrata dei rischi per affrontare il futuro

 

Quali conseguenze ha la pandemia sui rischi per le imprese? Cresce il timore dei manager verso rischio cyber, infortuni sul lavoro, fenomeni climatici estremi e rischi normativi legati alla responsabilità verso terzi. È possibile gestire le nuove vulnerabilità tramite mappatura dei rischi e soluzioni assicurative.

La pandemia ha colto impreparate la maggior parte delle imprese in Italia e nel mondo. L’VIII Osservatorio sulla diffusione del risk management nelle medie imprese italiane, la ricerca realizzata da Cineas in collaborazione con l’Ufficio Studi di Mediobanca, ha rilevato come l’emergenza sanitaria non appartenesse all’orizzonte dei rischi mappati e potenziali per il 97% delle aziende intervistate. Gli impatti sugli assetti di governance e controllo dei rischi delle aziende saranno notevoli nel prossimo futuro, con una flessione negativa di fatturato dell’11,1%.

L’indagine sottolinea anche come oltre la metà delle imprese interrogate (54,7%) manterranno comunque gli investimenti programmati. Secondo la ricerca, la crisi potrebbe addirittura celare opportunità di espansione per alcune organizzazioni: chi riesce ad intraprendere campagne di acquisizione manifesta aspettative di caduta del fatturato per il 2020 meno negative. È soprattutto il caso di aziende mediamente grandi (con un fatturato medio di 57 milioni contro 42 milioni), dotate finanziariamente e con redditività doppia rispetto alla restante parte del campione (Roi al 13,2% contro il 6,7%).

Il risk management in Italia

Sempre più imprese investono nella gestione integrata dei rischi, che rimane però nelle mani dei tecnici e coinvolge solo in pochi casi il Consiglio di Amministrazione. Eppure la responsabilità dei rischi operativi, la necessità di tenere conto di tutti gli stakeholders e dell’impatto ambientale e sociale delle azioni dell’impresa riguardano strettamente i vertici aziendali.

Circa il 40% del campione ritiene fondamentale adottare un sistema integrato di mitigazione dei rischi e, negli ultimi 5 anni, la percentuale d’imprese che ne dispongono già è cresciuta dal 17,2% del 2016 al 38,6% del 2020. Il modello di gestione del rischio fotografato dall’indagine non appare però sufficientemente solido: la mappatura dei rischi, ovvero l’attività basilare, è praticata dal 67% delle imprese, ma già il monitoraggio degli eventi, occorsi, evitati e rilevati ex post, interessa il 38,6% delle aziende, mentre gli step più avanzati della sintesi e condivisione con l’organo di controllo (CdA) avvengono solo nel 13,9% dei casi.

La classifica delle minacce percepite

Gli infortuni sul lavoro, che comprendono ormai anche i temi di salute legati al Covid, si confermano come la maggiore sorgente di rischio secondo le aziende. Al secondo e terzo posto troviamo, come nell’edizione 2019, i difetti del prodotto e il cyber risk, in crescita rispetto all’anno scorso.

Cineas 2020

Se tra il secondo e il terzo rischio c’erano 8 punti di differenza nel 2019, nel 2020 ne rimangono solo 4. Il lavoro da remoto provoca un aumento sia dei rischi informatici che di quelli legati alla perdita di competenze applicate: la soluzione è migliorare lo smart management e la gestione delle risorse umane, per assicurare la coesione dei team, supportare, formare i collaboratori e condividere obiettivi di business.

La quarta e la quinta posizione nel 2019 erano occupate dal rischio da danno ambientale (inquinamento) cui seguiva quello relativo ad eventi meteorologici estremi. Nel 2020 il danno ambientale perde punteggio, mentre il meteo guadagna quasi tre punti, arrivando al quarto posto. I danni ambientali, al quinto posto, sono seguiti dai rischi regolamentari (compliance) il cui punteggio aumenta di 5,7 punti, da 76 a 81,7. Crescono infine i rischi finanziari, evidenziati dalla crisi di liquidità sofferta da una buona parte di aziende.

Le conseguenze della pandemia sui rischi aziendali

I cambiamenti tecnologici e organizzativi in atto fanno emergere nuove vulnerabilità. Tra queste, i ritardi nei pagamenti (segnalata come maggiore conseguenza del Covid dal 59,9% delle imprese) che, fortunatamente, solo per il 14,5% degli intervistati si sono tradotti nella sopracitata e temuta crisi di liquidità. Al secondo posto tra le conseguenze della pandemia (evidenziata dal 30,7% delle aziende) troviamo il ritardo, la rottura della supply chain o l’interruzione della filiera di fornitura, che per lo 0,6% ha portato alla perdita del fornitore. Non si registrano danni significativi in termini di clientela, persa solo dal 6,5% delle aziende che hanno riscontrato problemi di fornitura. Per fortuna, oltre due aziende su dieci non hanno avuto alcun impatto operativo.

Secondo le imprese, la pandemia si fa sentire anche tramite l’aumento di vulnerabilità cyber (per il 43,1% delle imprese) e sulle risorse umane. Le minacce informatiche comprendono l’hackeraggio (21,1%), la perdita di dati sensibili coperti da privacy (16,5%) o strategici per l’impresa (5,5%). Il secondo tema riguarda, invece, non tanto la ritenzione delle competenze, ma il disengagement dovuto alla non sempre agevole assimilazione delle nuove modalità di lavoro.

Al fine di contenere il rischio di contagio il 47,5% delle imprese vuole mettere in atto cambiamenti organizzativi e tecnologici, introducendo per esempio sistemi di videoconferenza (40%) e dispositivi per il monitoraggio dello stato di salute dei dipendenti (31,9%). Per quanto riguarda la gestione dei collaboratori, la turnazione appare la soluzione più realizzabile nell’immediato (40,6%), mentre una stessa percentuale di aziende, il 38,1%, non intende introdurre variazioni.

La business interruption e i settori più colpiti

Il lockdown forzato di marzo e aprile ha coinvolto il 34,5% delle aziende con siti produttivi in Italia: il 32,9% delle imprese ha subìto un fermo parziale, mentre il 32,6% ha potuto operare in continuità; i siti italiani che si sono fermati parzialmente hanno operato al 50% della propria capacità. Le organizzazioni che hanno siti produttivi all’estero (circa il 10% del totale degli intervistati) hanno visto il fermo totale solo per il 27,8% degli impianti, quello parziale il 25%, mentre il 47,2% non ha subìto interruzioni. Anche nel caso di stop parziale la riduzione dell’attività si è trattenuta intorno al 20%.

La crisi sanitaria sta mettendo a dura prova la solidità del nostro tessuto economico. Il settore moda registra una flessione del 26,7% nel comparto tessile, del 25,2% nell’abbigliamento e del 23,2% per pelli e cuoio. In recessione anche la filiera dei mezzi di trasporto (-21,7%), le produzioni correlate di trattamento dei metalli (-17,7%) e la metallurgia. Si attendono invece chiusure d’anno positive per alcune specialità alimentari: +1,3%; dolciario +4,9% e caseario +5,3%.

Cineas 2020 conseguenze

La dimensione delle imprese appare strettamente correlata alla loro tenuta sul mercato: le aziende con aspettative di vendita non negative per il 2020 presentano un fatturato pari a 78,3 milioni, contro i 56,4 milioni delle altre; le imprese con aspettative positive tendono a fatturare più di 65 milioni. Ci sono differenze anche dal punto di vista geografico: per il settore manifatturiero, il 2020 si rivela più pesante per il Nord Ovest (-12,3%) e il Nord Est (-10,6%) rispetto al Sud (-7,1%).

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