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Coronavirus, imprese sotto test: smart working e rischi informatici

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L’allarme Coronavirus si è diffuso a macchia d’olio: cosa stanno facendo le imprese? Il decreto legge per contenere il contagio da Covid-19 stabilisce che nelle aree in quarantena i lavoratori possano ricorrere da subito al lavoro agile, anche in assenza di accordi azienda-dipendenti. Il lavoro da remoto, il cosiddetto smart working, nasconde ulteriori rischi per la sicurezza dei lavoratori, dei dati e dei sistemi informatici.

L’emergenza sanitaria Coronavirus sta diventando un duro banco di prova per le imprese. Vediamo quali sono i danni all'economia italiana, come le imprese stanno affrontando la situazione e come limitare il fermo delle attività e cogliere l’occasione per un rinnovamento dell’organizzazione del lavoro verso lo smart working.

Coronavirus: tutti i consigli per le imprese

La prima conseguenza per le imprese è stata un massiccio ricorso allo smart working: in considerazione dell’emergenza coronavirus, moltissime aziende hanno immediatamente scelto di far lavorare i dipendenti da casa. Lo smart working in Italia infatti può essere decisivo sia per limitare il contagio da coronavirus sia per evitare di paralizzare le economie delle zone colpite dal virus, consentire alle persone di lavorare e alle imprese di non bloccare la produzione.

Assolombarda ha pubblicato un vademecum che fornisce alle aziende ulteriori indicazioni da seguire. Il primo consiglio è appunto quello di privilegiare, ove già attivo o possibile, il lavoro agile, da remoto, in modo da limitare trasferimenti e viaggi dei propri dipendenti.

Inoltre, si suggerisce di:

  • filtrare maggiormente l’ingresso dei visitatori in azienda (clienti, fornitori…). Sul portale dell’associazione imprenditoriale è disponibile un modulo di autodichiarazione che si può far compilare relativo agli eventuali spostamenti in zone a rischio, in Italia e all’estero.
  • Limitare gli spazi di utilizzo di sale riunioni/corridoi/aule, identificando quelle più facilmente accessibili dall’ingresso, in modo da rendere più facilmente monitorabili i percorsi.
  • Preferire incontri ristretti e momenti di socializzazione in luoghi non particolarmente affollati (es. mense).
  • In ambito trasferte, implementare le procedure aziendali di Travel Safety and Security per i lavoratori che devono recarsi all’estero per lavoro.

Le Autorità Sanitarie continuano a ricordare le precauzioni dettate dal buon senso: lavarsi spesso le mani, coprirsi bocca e naso se si starnutisce, evitare il contatto con persone che hanno infezioni respiratorie acute, pulire le superfici con disinfettanti a base di alcol o cloro, non prendere farmaci antivirali o antibiotici se non sono prescritti dal medico, usare la mascherine solo in caso di assistenza a persone malate o se si teme di essere malati. Ricordano inoltre come i prodotti Made in China e i pacchi ricevuti dalla Cina non sono pericolosi, gli animali da compagnia non diffondono il coronavirus.

Smart working: come organizzarlo in tempi record

Il lavoro agile permette di lavorare senza affollare mezzi pubblici e uffici. Per tale motivo, il Consiglio dei ministri ha velocemente emesso il decreto legge 6/2020 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 23 febbraio, che consente ai dipendenti residenti nelle aree sottoposte a quarantena di lavorare in modalità “smart”, da casa senza doversi spostare. Il Ministero del Lavoro in una nota spiega che lo smart working è «applicabile in via provvisoria fino al 15 marzo 2020, per i datori di lavoro aventi sede legale o operativa nelle regioni Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Veneto e Liguria, e per i lavoratori ivi residenti o domiciliati che svolgano attività lavorativa fuori da tali territori, a ogni rapporto di lavoro subordinato anche in assenza di accordi individuali».

Chi aveva un piano già attivato è facilitato: ora può allargare il numero dei dipendenti interessati. E chi non lo ha mai praticato? Aziende e lavoratori restano spiazzati. “L’Economia” de Il Corriere della Sera fornisce alcune dritte pratiche.

  1. Gli adempimenti burocratici non devono spaventare: fino al 15 marzo sono ridotti al minimo. Per dare il via a una esperienza di telelavoro fino a ieri dipendente e azienda dovevano firmare un accordo individuale che andava poi caricato nel sistema delle comunicazioni obbligatorie. Oggi non è più necessario: basta una lettera dell’azienda in cui si indica al dipendente come tutelare anche a casa la propria salute e sicurezza (nel caso di lavoro al computer si parlerà per esempio di postura, illuminazione, temperatura, ma anche di protezione dei dati aziendali). Questa procedura agevolata è autorizzata in emergenza fino al 15 marzo.
  2. Si può utilizzare anche il computer di casa. Tocca alle aziende mettere a disposizione gli strumenti di lavoro, ma se questo non fosse possibile i dipendenti possono usare il proprio computer, ipad o laptop.
  3. Attivare subito un calendario condiviso. Tutti i membri di un team devono sapere “chi fa che cosa”. Per questo è utile attivare piattaforme efficienti di collaborazione, a cominciare da un calendario condiviso. Si può utilizzare per esempio google (google calendar) oppure microsoft outlook. Si tratta di calendari gratuiti e permettono di decidere a chi rendere visibile la propria organizzazione della giornata. In questo modo si rende trasparente agli altri cosa stiamo facendo, dove siamo, a che ora siamo presenti, a che ora decidiamo di disconnetterci.
  4. Chi ha ruoli di coordinamento indichi chiaramente i compiti. I quadri non sottovalutino l’importanza di una telefonata o di un messaggio ogni mattina per guidare il team e i singoli. Se in ufficio molti si accontentano di uno sguardo per controllare la presenza alla scrivania, con lo smart work l’attività di comunicazione, coordinamento, motivazione e pianificazione dei tempi è molto importante.
  5. Chi ha ruoli operativi si abitui a rendere conto del lavoro svolto. È quella che gli inglesi chiamano accountability. Chi è a casa deve rendere conto di quello che stanno facendo. Dare feedback e chiedere feedback. Funziona il mio lavoro? Preferite che lo modifichi? Rendersi “presenti” anche da lontano.
  6. Ormai è facilissimo avviare video chiamate o conference call per confrontarsi faccia a faccia anche da lontano.
  7. L’unico vero ostacolo è l’eventuale mancanza di connessione. Purtroppo esistono aree del Paese in cui mancano le condizioni minime per una buona connessione e questo è un problema che non si può risolvere nel breve periodo.
  8. Lavorare in più persone sullo stesso documento da remoto è facile con la condivisione cloud. La trasmissione di documenti via mail è uso comune, ma si può anche mettere a disposizione il documento sul proprio spazio di archiviazione, condividendolo con i colleghi e invitandoli a collaborare.

I rischi informatici aumentano con lo smart working

Per limitare il diffondersi del virus riunioni e convegni sono state annullati o tenuti in forma telematica. In pochi giorni, in Cina l’utilizzo di software che consente di collaborare a distanza ospitando e connettendo videoconferenze anche affollate (fino a 500 partecipanti) ha registrato un aumento del 15% dei download giornalieri. Si prevede che le riunioni in rete verranno preferiti agli spostamenti fisici anche in futuro preferiti. Dopo lo smart working forzato o suggerito in molte aree del mondo, gli scenari sul mercato delle tecnologie di sincronizzazione e condivisione dei file, presupposto del lavoro in team e a distanza, sono da modificare al rialzo rispetto alle stime di incremento già elevate: un rapporto di Acronis, società di servizi informatici, prevedeva già un salto del giro d’affari dai 3,4 miliardi di dollari del 2018 ai 24,4 miliardi del 2027. Si tratta di cifre già vecchie dopo gli ultimi avvenimenti. Così come sono da rivedere quelle relative al cyber crime e alle soluzioni tecnologiche e assicurative di protezione dei dati aziendali. Secondo l’Allianz risk barometer 2020, il rischio cyber rappresentava anche prima dell’utilizzo massivo di smart working il rischio maggiormente percepito dalle imprese nel mondo e il secondo in Italia.

Il lavoro da remoto dipende nel nostro Paese e in gran parte del mondo ad accordi aziendali e individuali ed è sempre stato un tema delicato: per la difficoltà e le resistenze delle aziende a valutarne gli effetti sulla produzione. Più di recente è stato incluso nelle politiche di welfare aziendale, considerati i benefici possibili per i dipendenti. Emergenze come il Coronavirus hanno spinto o costretto molte imprese ad adottare il lavoro agile nel giro di poche ore e, a causa di carenze in termini di competenze e infrastrutture, con costi aggiuntivi economici e di risorse umane. L’architettura dello smart working, ma anche quella più in generale dell’azienda in rete, prevede che i dipendenti e i professionisti collaboratori accedano anche con dispositivi propri al sistema e quindi ai dati aziendali dall’esterno delle rete. Questo, secondo Acronis, accresce i rischi di attacchi di terze parti anche con obiettivi di furto e richieste di riscatto, senza un’efficace gestione del rischio.

L’Allianz risk barometer 2020 ha già evidenziato come le imprese si trovino ad affrontare rischi di violazioni di dati sempre più grandi e costose, così il rischio di sanzioni pecuniarie o controversie legali in materia di privacy. Una grande violazione dei dati, che ne compromette cioè più di un milione, costa oggi in media 42 milioni di dollari, con un aumento dell’8% in un anno. Gli incidenti stanno diventando sempre più significativi e le aziende sono colpite da attacchi sempre più complessi e da ingenti richieste di estorsione. Una richiesta di riscatto cinque anni fa sarebbe stata di decine di migliaia di dollari, mentre ora può superare il milione di dollari per le grandi organizzazioni, e va considerata una crescita esponenziale di attacchi esterni. Con il cyber crime online, aumentano i rischi legati a errori da parte dei dipendenti, allo smarrimento o al furto di un dispositivo. Per rendere il lavoro più agile, risparmiare sulle trasferte, affrontare emergenze quali quelle sanitarie occorre rinforzare il sistema di protezione dei dati, rimodulare policy e governance aziendali. Si può riorganizzare facilmente la propria struttura rinnovandola anche grazie alla consulenza e al supporto di professionisti nella gestione integrata dei rischi di impresa di un broker assicurativo come ASSITECA.

Tutti i danni economici dell’emergenza sanitaria

I danni del Coronavirus sull’uomo sono noti e si spera che vengano presto contenuti. Non sono da sottovalutare nemmeno i danni economici che ci porteremo avanti per lungo tempo. Si parla di tre tipi di danni:

  • la maggiore spesa a carico delle finanze pubbliche, nazionali e regionali, che bisogna sostenere per fronteggiare l’emergenza: lo Stato ha già impiegato 20 milioni di euro, prelevandoli dalle somme messe da parte per le politiche di sostegno al sistema dei pagamenti elettronici;
  • i danni indiretti provocati dalle misure atte a contenere il contagio. Si pensa ad esempio alle disdette e gli annullamenti di prenotazioni che stanno subendo gli host nazionali, le agenzie di viaggio e i provider dei servizi (alberghi, compagnie di trasporto di terra, navali, aeree) che non riceveranno i soldi raccolti dagli studenti per le gite scolastiche. Date degli spettacoli che saltano, investimenti pubblicitari negli eventi sportivi che non rientrano perché saltano o si disputano a porte chiuse; a Milano sono stati rimandati il Salone del Mobile e Mido, la più importante manifestazione nel settore degli occhiali a livello mondiale, a Barcellona la fiera dell’elettronica è stata annullata. I maggiori contraccolpi si osservano nei comuni del Lodigiano, focolaio italiano del Covid-19. Nella zona di Codogno, sembra che cinque supermercati su cinque siano rimasti chiusi, come i piccoli esercizi commerciali. I settori legati a turismo, ristorazione, accoglienza e trasporti registrano rilevanti perdite di fatturato che si spera non proseguano nel tempo: negli alberghi milanesi secondo le varie testate giornalistiche c’è stato un calo dell’occupazione fra il 5 e il 10% con una diminuzione del fatturato stimabile nel 15% per il rallentamento della clientela fieristica;
  • ci sono poi i danni indotti, che derivano dalla diminuzione del prodotto interno lordo e che quindi incidono negativamente sul rapporto con il deficit, creando un problema al Paese in vista della legge di bilancio 2021. Un problema che sembra lontano, ma non lo è, visto che l’iter comincia ad aprile con l’approvazione del DEF.

Secondo l'Istat, il Pil dell’Italia nel 2017 - ultimo anno per cui ci sono i dati ripartiti per regioni - il peso del mondo produttivo settentrionale sul resto del Paese è stato pari a 1.725 miliardi circa di euro. La Lombardia ha contribuito per 383,2 miliardi, il Veneto per 162,5 miliardi, l’Emilia-Romagna per 157,2 miliardi. Dunque, sommando i dati delle tre regioni, risulta un contributo al Pil nazionale pari a circa 703 miliardi di euro. In percentuale rispetto al Pil si tratta del 40,1%. La Lombardia contribuisce per quasi il 25% alla ricchezza nazionale, il Veneto vicino al 10%. Il contributo di queste tre regioni del Centro Nord Italia è quindi cruciale per l'Italia, mentre da sole totalizzano più del 50% dell’export di tutto il Paese. Molte aziende hanno rallentato le loro attività e bloccato le produzioni nelle sedi cinesi. Secondo l’Ufficio studi della Fondazione Italia Cina il problema principale per le industrie è rappresentato dalla contrazione dei consumi e dall’interruzione delle linee produttive industriali in Cina, che in molti casi si è prolungata oltre i 15 giorni previsti. L’emergenza in Cina avrà un diretto impatto anche sull’economia italiana, sui 13 miliardi di euro di esportazioni e per le circa 2000 imprese in Cina che sono partecipate da aziende italiane e le oltre 600 imprese che operano in territorio italiano partecipate da investitori cinesi.

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