Scuola di Atene - Raffaello

“Vedere per Prevedere” una visione umanistica.

Una corretta gestione dei rischi si basa su un'arte antica, quella dell'ascolto. Una prospettiva di "human satisfaction" che consente di costruire un sistema di controllo capace di prevenire e proteggere.

La gestione integrata del rischio, quando é realizzata con una filosofia e pratica di “servizio”, offre prevenzione, analisi e tutela del rischio stesso anche attraverso soluzioni assicurative.

Quindi una prospettiva di “human satisfaction” integrale, sia per l’impresa assicurata, sia per i suoi collaboratori, che si realizza in analisi, consulenza e intermediazione, per la costruzione un sistema di controllo che previene e protegge

Ma qual è la radice culturale e storica?

Alla base di un nuovo umanesimo, l’arte dell’ascolto.

Siamo in economia a una svolta epocale, che trova nella nuova prospettiva della human satisfaction, una particolare evidenza nel considerare obsoleto e umanamente riduttivo il modello e concetto “consumatore”, frutto della filosofia egoistica dell’“homo oeconomicus”. Per rendere concreto e utile questo auspicabile passaggio, orientato alla ricerca dei valori che rendono un essere umano degno di rispetto e di “servizio” integrale appare essere primo elemento indispensabile l’“ascolto”, ovvero l’analisi e la misurazione delle necessità nelle tre aree che sono presenti nella psiche: emotiva, razionale ed etica.

I Grandi del Rinascimento confermano l’importanza dell’arte dell’ascolto.

La Gioconda - Leonardo da Vinci

Leonardo

Leonardo da Vinci non aveva ancora vent’anni, ma già gli scienziati lo accoglievano volentieri nelle loro dotte conversazioni, perché egli sapeva ascoltare e tacere, e con l’aria sua, che bellissima era, si diceva che rasserenava ogni animo mesto.
Per Leonardo era fondamentale anzitutto investigare, conoscere, perché per lui la vera sapienza deriva dall’esperienza, essendo dunque importante, prima di credere in qualcosa, studiare a fondo tutto quanto possa portare alla conoscenza.
Quindi Leonardo considerava essenziale l’”ascolto” se per questo consideriamo tutta la serie di analisi, indagini e attività volte a chiarire e a scoprire le cause e gli elementi che determinano ciò che appare visibile e misurabile.

 

Michelangelo

Michelangelo sapeva ascoltare, e sapeva “leggere” la gente, e non soltanto i libri, ovvero i segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia.
Come inoltre non ricordare la filosofia michelangiolesca del “non finito” per la quale l’ascolto si concretizza in una chiara visione dell’opera da generare, togliendo dal blocco di marmo il “superfluo”. Scriveva infatti Michelangelo in un sonetto a Vittoria Colonna:

“non ha l’ottimo artista alcun concetto
ch’un marmo solo in sé non circoscriva
col soverchio, e solo a quello arriva
la man che obbedisce all’intelletto”

In questo sonetto c’è anche tutta la metodologia per la costruzione di una strategia d’impresa, di marketing e di comunicazione, che devono partire da una definizione dell’obiettivo da raggiungere, per arrivare progressivamente con grande volontà e costanza nello sforzo, alla realizzazione dell’opera che fin dall’inizio era stata identificata nella sua essenza, come era stato identificato l’intero percorso realizzativo. Filosofia e visione dunque, ma anche metafora e metodo creativo concreto e misurabile.

Brunelleschi - cupola Santa Maria del Fiore, Firenze

Brunelleschi

La dimostrazione dell’importanza dell’”ascolto” in Brunelleschi si rivela anche nella sensibilità per le proporzioni armoniche e per quelle statiche, che sono congiunte alle sue qualità intuitive. Non usa formulari o sistemi di calcolo per ricrearle, ma un metodo basato prevalentemente sui confronti. I fattori decisivi per la sua comprensione statica della struttura sono infatti essenzialmente intuitivi, affinati da una lunga pratica e prima di tutto basati sulla sua sensibilità e sulla conoscenza del passato. E su di un fondamentale processo di “ascolto” e di analisi di tutto quanto poteva concorrere alla definizione del suo progetto.

In effetti il progetto della cupola di Santa Maria del Fiore, da un punto di vista ingegneristico, non si fonda solo sulla conoscenza delle tecniche architettoniche dell’antichità classica pagana, che Brunelleschi poté studiare a fondo nel suo periodo di formazione a Roma (1404-1409), ma ha un “patrimonio genetico” derivato da tanta architettura successiva, cristiana, dai primi secoli fino al romanico fiorentino (XI-XII secolo), e che si allarga alla conoscenza indiretta del mondo bizantino se non, addirittura, – secondo alcuni studiosi – di quello medio orientale, islamico e persiano. Così, per esempio, dal Pantheon certo Brunelleschi derivò la convinzione che fosse possibile coprire a volta un diametro di 45 metri, e anche l’idea di una sua conclusione con apertura a oculo. Ma se la cupola romana è emisferica e costituita da un unico blocco di calcestruzzo, la cupola di Brunelleschi è ogivale e doppia, concepita per spicchi su un tamburo ottagonale.

Dunque un grande fiducia in se stesso, certamente dovuta anche all’”ascolto” e all’analisi delle opere alle quali potè attingere per confermare la validità delle sue intuizioni geniali.

Raffaello - villa Farnesina a Roma

Raffaello

Che Raffaello sapesse porre l’”ascolto” alla base delle sue analisi per poi arrivare alle opere, pare del tutto scontato e comunque sempre da sottolineare, per non cadere come oggi spesso accade, nella superficialità e frettolosità del “tutto e subito”.

L’opera di Raffaello è connessa alla sua “eccessiva” bellezza, e all’ignoranza che di solito l’uomo rivela, di fronte alla bellezza. In Raffaello l’”ascolto” preliminare all’opera, esprime al massimo livello il suo desiderio di recuperare esistenzialmente il valore della bellezza.
La figura di Raffaello assume una dimensione ancora più grande, in lui che già fa impallidire tre quarti dell’arte occidentale, perché è il più grande pittore che sia mai esistito nell’Età Moderna, dal punto di vista di un certo canone della bellezza.

Questo merito gli viene riconosciuto da tutti. Purtroppo per influenze materialiste, nei secoli si è giunti a disprezzare l’arte bella, intesa come immediata armonia. Da parte di chi aderisce alla nuova arte astratta, si sentono talvolta pronunciare giudizi negativi di fronte ad una Madonna di Raffaello o ad un adagio di Beethoven, ma si tratta di mode. Si può così tranquillamente asserire che Raffaello sia un artista quasi ignoto, nonostante le innumerevoli riproduzioni, se non piuttosto per causa loro. Bisogna anzitutto scoprirlo Raffello, e allora si gioirà della sua estrema perfezione, come quando si ascolta una sinfonia di Mozart. Voler negare questa bellezza è forse cosa peggiore di accettare quel sentimentalismo, ma più quella dolcezza che si vuole combattere. Le sue opere come quelle toccano i vertici più alti. E ciò che è grande nella sua grandezza va rispettato. Raffaello arriva a Roma nel 1508 e muore nel 1520. Rispetto alla preparazione giovanile ed alla maturità fiorentina, a Roma cambia registro. Da Firenze, arriva a Roma e immediatamente succede qualcosa di deflagrante in lui. Tutto si gioca in dodici anni di storia. Non c’è nessuno al mondo che possa incarnare quanto lui il senso della bellezza classica nel Rinascimento come la si può intendere: armonia, equilibrio di forme, dignitas, recupero dell’antico, gravitas, un certo tipo di atteggiamento. Una bellezza che è anche a modo suo morale, ma senza scivolare nei moralismi di quint’ordine. Figuriamoci se, a quei livelli, gli interessava di essere moralista. Al massimo era interessato a un certo tipo di recupero di valori. Quello sì, senz’altro. Con l’enorme preoccupazione di non essere semplicemente interprete, ma di essere così vivo in questa interpretazione da potere in qualche modo riproporli, così che il pubblico stesso fosse affascinato e coinvolto. Noi molto spesso pronunciamo la parola "bellezza" nel modo più astratto possibile, senza riferimenti, senza caratterizzazioni: soltanto perché "bellezza" è bello dirlo. Ebbene, Raffaello indica oggi a chi vuole recuperare valori estetici e sostanziali, come l’”ascolto” della realtà  possa diventare  autentica espressione di “amore” e di “servizio” per i pubblici ai quali l’economia, le discipline umanistiche e di marketing possano offrire beni economici indirizzati alla soluzione di esigenze emotive, la bellezza in primis, che introducano alla soluzione di esigenze razionali ed etiche che nell’essere umano non più misero “consumatore” siano espressione di valori condivisi e desiderati.

Siamo con Assiteca in presenza di una forte volontà e pratica di voler “ascoltare e servire” con quanto può eliminare preventivamente i rischi che potrebbero al loro realizzarsi impedire alle imprese di sviluppare completamente la propria missione nel mercato di competenza.
Si dimostra in sintesi che cultura umanistica, obiettivi professionali e d’impresa, non sono in contraddizione, ma esprimono oggi un innovativo e reciproco sostegno per ottenere la soddisfazione delle necessità umane e di conseguenza sviluppo e profitto.

 

Marzio Bonferroni
Scrittore e docente italiano