employee-benefit e welfare-aziendale_valore

Welfare aziendale: quanto vale?

Condividi

Il welfare aziendale cresce e si conferma un elemento chiave della contrattazione. Previdenza complementare, sanità integrativa e orario flessibile gli employee benefit più apprezzati

 

Il welfare aziendale è sempre più un elemento chiave nei rinnovi contrattuali e all’interno delle PMI. Grazie alle politiche di detassazione e alla Legge di Stabilità 2017 sono sempre più le aziende e le sigle sindacali che adottano misure di welfare a sostegno dei lavoratori e delle loro famiglie.

I dati del Ministero del Lavoro confermano questo trend: a metà ottobre 2017, rispetto al mese precedente, le intese aziendali o territoriali che prevedono iniziative di welfare sono cresciute del 7,6%, pari a oltre 4.300. Le dichiarazioni di conformità depositate telematicamente, condizione per beneficiare della detassazione al 10%, sono ben 26.357. Sono 13.687 quelle che fanno riferimento a contratti tuttora attivi, il cui valore medio supera di poco i 2 mila euro, come riportato dal Rapporto che Il Sole 24 Ore ha dedicato al Welfare lo scorso 31 ottobre 2017.

I dati dell’osservatorio sul Welfare di Assolombarda

Vista la crescita esponenziale del fenomeno, Assolombarda ha creato l’Osservatorio sul Welfare insieme ai maggiori player del mercato, fra i quali Assiteca come unico broker e consulente assicurativo, per promuovere la cultura del welfare, monitorare il mercato e i trend di settore e condividere le best practices.

Secondo una recente indagine il 52% delle imprese associate ha già un piano attivo, mentre nel 2010 la percentuale era ferma al 35%. Il 4% delle aziende sta invece pensando di attivare questi servizi. Il welfare è presente nel 57% degli accordi aziendali delle aziende associate distribuite nelle province di Milano, Monza e Brianza e Lodi. Un dato interessante considerando che in Italia la media si assesta al 32%.

I servizi più graditi si confermano la previdenza complementare, la flessibilità dell’orario e dell’organizzazione del lavoro così da conciliare le esigenze della famiglia, l’assistenza sanitaria integrativa, la somministrazione di vitto e l’accesso a mense aziendali fino al sostegno alle spese legate all’istruzione. I fringe benefit (ad esempio l’uso promiscuo dell’auto) si stanno rivelando particolarmente graditi anche per l’ampliamento dell’offerta dei servizi proposti.

Welfare - diffusione servizi

In termini di costi per l’azienda, il welfare aziendale incide in media per l’1,96% sul costo del personale. I costi maggiori riguardano le somministrazioni di vitto e di mense aziendali (1,1%), la previdenza complementare (0,7%), altri fringe benefit (0,5%) e l’assistenza sanitaria integrativa (0.4%).

 

 

Quanto vale il welfare in Italia?

La previdenza integrativa, secondo l’Osservatorio Ecomunicare, vale 151,3 miliardi e conta 7,7 milioni di iscritti. La spesa sanitaria privata, diretta per il 90%, vale invece 37 miliardi.

Per Federico Isenburg, amministratore delegato di Easy Welfare, in Italia vengono transati nel business del welfare aziendale circa 500 milioni di euro su un bacino potenziale che può arrivare tranquillamente fino a 3-4 miliardi.

 

Le aziende e il welfare

Per le aziende, dalle multinazionali fino alle PMI, offrire servizi di welfare significa fidelizzare il dipendente e migliorare l’ambiente lavorativo, ed offrirli facendo ricorso a forme di retribuzione esentasse è certamente uno stimolo per sviluppare programmi completi. Le recenti regolamentazioni oggi incentivano le aziende a fornire servizi di welfare: lo Stato rinuncia a parte degli oneri contributivi e fiscali per agevolare questi servizi, grazie ad esempio alle detrazioni IVA e a tassazioni agevolate.

Va infatti considerato che, secondo i dati elaborati Od&m Consulting, società di Gi Group, un piano di welfare viene finanziato nel  43% dei casi dal premio di risultato e da investimenti dedicato.

L’approccio al welfare aziendale, però, non è più di tipo volontario, ma sta diventando “bilaterale-contrattuale”: lo scopo è quello di sensibilizzare la contrattazione collettiva così che dai trattamenti in denaro si passi all’offerta di servizi di utilità che possano sopperire all’offerta pubblica, oggi sempre più in affanno. Ne sono un esempio i recenti rinnovi dei contratti dei settori metalmeccanico e del comparto orafi e argentieri, che prevedono misure di welfare a favore dei lavoratori sotto forma di beni e servizi per valori fra i 100 e fino ai 200 per anno.