Dal Mondo Economico

 

Sintesi tratta dall’articolo di Giovanni Centola per Espansione .
Dal mondo economico
In collaborazione con Espansione

CONSUMI: TREND POSITIVO CON STILE LIBERO

Crescita o deflazione?

Prima però di andare oltre, è utile fare la seguente premessa. Un po’ come sta avvenendo da anni per la dinamica dei prezzi, che non si sa bene se crescano troppo o addirittura segnino la deflazione, anche nel caso della percezione dell’andamento dei consumi il principale problema è che si assiste a performance tutt’altro che univoche, con il rischio di dare maggiore rilievo ora a questo, ora a quest’altro tipo di bene, ora a una certa figura di operatore (che magari ha più accesso ai media), ora a un altro.

E così non solo si ottengono visioni parziali a livello merceologico, ma si confondono anche le parti tra domanda e offerta, soprattutto quando i numeri puntano all’ingiù: un prezzo che cala è sempre una buona notizia per il consumatore ma non di solito per chi vende; idem va male a quest’ultimo se il suo mercato di riferimento si contrae, mentre la cosa in sé può lasciare del tutto indifferente chi compra (o comprava).
Il parallelo tra prezzi e consumi – a volumi o a valore, altra complicazione! - non è tra l’altro casuale. Perché sempre più le due variabili appaiono interrelate.
In tal senso, già a livello aggregato Istat, il chi sale e il chi scende dei consumi mette in evidenza una serie di fenomeni rivelatori. In 4 anni l’incidenza a valori correnti sul totale dei consumi delle voci abbigliamento e calzature è passato dal 9,4 all’8,8%, scontando un rialzo dei prezzi relativamente contenuto (8,3% contro l’11,4 complessivo) e un decremento reale degli acquisti. Gli alberghi e i ristoranti sono lievitati appena in termini reali, ma si sono rifatti grazie ai listini, così da ritoccare la loro quota sul totale dei consumi a valori correnti dal 9,5 al 9,6%. E non ha brillato neanche il settore trasporti privati (più spese accessorie), passato dal 10,7 al 10,3%, per effetto di un modesto progresso a prezzi costanti unito a un incremento sotto la media dei prezzi. Inoltre hanno ceduto quota pure i mobili, passati in quattro anni dal 4 al 3,6% a causa soprattutto di un -6% di acquisti a cifre costanti.
negozioPer contro, le beneficiarie del periodo sono state altre voci. La principale è quella dei fitti – nei quali rientrano quelli figurativi, o teorici, dei proprietari di casa (l’80% dei nuclei famigliari) – la cui quota a valori correnti sui consumi è salita dal 13,3 al 14,7%, in gran parte per l’effetto dei prezzi. La grande area delle telecomunicazioni e delle tecnologie personali e per la casa (esclusi gli elettrodomestici bianchi) i prezzi li ha invece mediamente ridotti del 14,4%, con i consumi reali però nel frattempo cresciuti del 32,2%. Il saldo finale è consistito in un mantenimento di incidenza nei consumi a valori correnti del 3,9%, ma in termini di beni e prestazioni il balzo è stato dal 4,9 al 6,3%. Le assicurazioni e i servizi finanziari, complici soprattutto i prezzi, sono dal canto loro progrediti dal 2,5 al 3% delle spese.
Ma ancora: per i forti rincari ma non solo, sempre secondo l’Istat, è crollato il consumo di tabacco (-10,4% in volumi), che però è avanzato dell’11,2% a valore; l’appena percettibile evoluzione dei listini ha invece incoraggiato la domanda di elettrodomestici (+15,3% reale); mentre l’incremento dei prezzi di un 11,7% non ha impedito l’evoluzione di barbieri, parrucchieri e di altri servizi alla persona (+8,5%) e lo stesso dicasi per le vacanze organizzate (+19,4% i prezzi e +4,7% i consumi) e per i fiori, le piante e gli animali domestici (+10,6% i prezzi e +6,8% i consumi).

Crescita sì, crescita no

monitorE si potrebbe continuare. Quel che però a un primo dettaglio è già evidente è che di sofferenza dei consumi, o se si preferisce di difficoltà dei consumatori, non si può parlare.
E’ anche vero, considerato che i consumi continuano a variegarsi e a procedere con andamento dissimile, che risulta più che mai fuorviante monitorare l’evoluzione della spesa giudicando in base alle sue più tradizionali macro-aree, non a caso a crescita ridotta se non negativa (alimentare, abbigliamento, trasporti privati, eccetera).
E non è per contro chiaro quanto i nuovi canali di vendita, forse ancora quantitativamente marginali ma tutt’altro che statici (Internet, telemarketing, outlet, negozi specialistici quali per esempio erboristerie e pornoshop), siano del tutto contemplati nelle statistiche ufficiali.

Un mercato maturo

rinascentePer essere comunque espliciti su un punto importante: l’Italia è un’economia avanzata, la maggioranza dei mercati è matura - dunque per definizione a crescita lenta – e per di più gli italiani non crescono di numero e invecchiano, con questo lasciando progressivamente alle spalle le classiche maggiori tappe di consumo di una vita. I bisogni primari e anche secondari sono per lo più normalmente soddisfatti, così che l’eventuale spesa incrementale diviene nella sua allocazione sempre più discrezionale - salvo poi a divenire in un secondo momento incomprimibile. Insomma, atti di acquisto in relativa libertà, un po’ rivelatori del nostro modo di essere.
Ed ecco che se si dovesse individuare in sintesi cosa ha dato il tono e l’identità dei consumi in questi ultimi anni, le maggiori tendenze hanno appunto riguardato i prodotti tecnologici personali e per la casa, i servizi legati alla telefonia e quelli finanziari.
Più in trasversale, sui dati Istat e non, emergono altre due aree di apprezzabile evoluzione della spesa: la prima è quella del tempo libero, in buona parte rintracciabile nei comparti delle vacanze, dei contenuti mediatici e dell’intrattenimento; e la seconda è quella della cura del corpo, da intendersi sia nella dimensione della bellezza (prodotti e servizi cosmetici), che in quella del benessere.

 

 

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