Dal Mondo Economico
In collaborazione con Espansione
CONSUMI: TREND POSITIVO CON STILE LIBERO
Crescita o deflazione?
Prima però di andare oltre, è utile fare la seguente
premessa. Un po’ come sta avvenendo da anni per la dinamica dei prezzi,
che non si sa bene se crescano troppo o addirittura segnino la deflazione,
anche nel caso della percezione dell’andamento dei consumi il principale
problema è che si assiste a performance tutt’altro che univoche,
con il rischio di dare maggiore rilievo ora a questo, ora a quest’altro
tipo di bene, ora a una certa figura di operatore (che magari ha più accesso ai media), ora a un altro.
E così non solo si ottengono visioni parziali
a livello merceologico, ma si confondono anche le parti tra domanda e offerta,
soprattutto quando i numeri puntano all’ingiù: un prezzo che cala è sempre
una buona notizia per il consumatore ma non di solito per chi vende; idem
va male a quest’ultimo se il suo mercato di riferimento si contrae, mentre
la cosa in sé può lasciare del tutto indifferente chi compra
(o comprava).
Il parallelo tra prezzi e consumi – a volumi o a valore, altra complicazione!
- non è tra l’altro casuale. Perché sempre più le
due variabili appaiono interrelate.
In tal senso, già a livello aggregato Istat, il chi sale e il chi scende
dei consumi mette in evidenza una serie di fenomeni rivelatori. In 4 anni l’incidenza
a valori correnti sul totale dei consumi delle voci abbigliamento e calzature è passato
dal 9,4 all’8,8%, scontando un rialzo dei prezzi relativamente contenuto
(8,3% contro l’11,4 complessivo) e un decremento reale degli acquisti.
Gli alberghi e i ristoranti sono lievitati appena in termini reali, ma si sono
rifatti grazie ai listini, così da ritoccare la loro quota sul totale
dei consumi a valori correnti dal 9,5 al 9,6%. E non ha brillato neanche il
settore trasporti privati (più spese accessorie), passato dal 10,7 al
10,3%, per effetto di un modesto progresso a prezzi costanti unito a un incremento
sotto la media dei prezzi. Inoltre hanno ceduto quota pure i mobili, passati
in quattro anni dal 4 al 3,6% a causa soprattutto di un -6% di acquisti a cifre
costanti.
Per contro, le beneficiarie del periodo sono state altre voci. La principale è quella
dei fitti – nei quali rientrano quelli figurativi, o teorici, dei proprietari
di casa (l’80% dei nuclei famigliari) – la cui quota a valori correnti
sui consumi è salita dal 13,3 al 14,7%, in gran parte per l’effetto
dei prezzi. La grande area delle telecomunicazioni e delle tecnologie personali
e per la casa (esclusi gli elettrodomestici bianchi) i prezzi li ha invece
mediamente ridotti del 14,4%, con i consumi reali però nel frattempo
cresciuti del 32,2%. Il saldo finale è consistito in un mantenimento
di incidenza nei consumi a valori correnti del 3,9%, ma in termini di beni
e prestazioni il balzo è stato dal 4,9 al 6,3%. Le assicurazioni e i
servizi finanziari, complici soprattutto i prezzi, sono dal canto loro progrediti
dal 2,5 al 3% delle spese.
Ma ancora: per i forti rincari ma non solo, sempre secondo l’Istat, è crollato
il consumo di tabacco (-10,4% in volumi), che però è avanzato
dell’11,2% a valore; l’appena percettibile evoluzione dei listini
ha invece incoraggiato la domanda di elettrodomestici (+15,3% reale); mentre
l’incremento dei prezzi di un 11,7% non ha impedito l’evoluzione
di barbieri, parrucchieri e di altri servizi alla persona
(+8,5%) e lo stesso dicasi per le vacanze organizzate (+19,4% i prezzi e +4,7%
i consumi) e per i fiori, le piante e gli animali domestici (+10,6% i prezzi
e +6,8% i consumi).
Crescita sì, crescita no
E si potrebbe continuare. Quel che però a un primo dettaglio è già evidente è che
di sofferenza dei consumi, o se si preferisce di difficoltà dei consumatori,
non si può parlare.
E’ anche vero, considerato che i consumi continuano a variegarsi e a
procedere con andamento dissimile, che risulta più che mai fuorviante
monitorare l’evoluzione della spesa giudicando in base alle sue più tradizionali
macro-aree, non a caso a crescita ridotta se non negativa (alimentare, abbigliamento,
trasporti privati, eccetera).
E non è per contro chiaro quanto i nuovi canali di vendita, forse ancora
quantitativamente marginali ma tutt’altro che statici (Internet, telemarketing,
outlet, negozi specialistici quali per esempio erboristerie e pornoshop), siano
del tutto contemplati nelle statistiche ufficiali.
Un mercato maturo
Per essere comunque espliciti su un punto importante: l’Italia è un’economia
avanzata, la maggioranza dei mercati è matura - dunque per definizione
a crescita lenta – e per di più gli italiani non crescono di numero
e invecchiano, con questo lasciando progressivamente alle spalle le classiche
maggiori tappe di consumo di una vita. I bisogni primari e anche secondari
sono per lo più normalmente soddisfatti, così che l’eventuale
spesa incrementale diviene nella sua allocazione sempre più discrezionale
- salvo poi a divenire in un secondo momento incomprimibile. Insomma, atti
di acquisto in relativa libertà, un po’ rivelatori del nostro
modo di essere.
Ed ecco che se si dovesse individuare in sintesi cosa ha dato il tono e l’identità dei
consumi in questi ultimi anni, le maggiori tendenze hanno appunto riguardato
i prodotti tecnologici personali e per la casa, i servizi legati alla telefonia
e quelli finanziari.
Più in trasversale, sui dati Istat e non, emergono altre due aree di
apprezzabile evoluzione della spesa: la prima è quella del tempo libero,
in buona parte rintracciabile nei comparti delle vacanze, dei contenuti mediatici
e dell’intrattenimento; e la seconda è quella della cura del corpo,
da intendersi sia nella dimensione della bellezza (prodotti e servizi cosmetici),
che in quella del benessere.

