La parola a ...



Ridurre i salari
non vuol dire essere competitivi
Intervista a Jean-Paul Fitoussi, presidente dell'Osservatorio Francese della Congiuntura Economica e Consigliere indipendente di Telecom Italia

Jean-Paul Fitoussi, presidente dell'Osservatorio Francese della Congiuntura EconomicaIn un mercato globalizzato e integrato come quello odierno la parola d'ordine per avere buoni livelli di crescita e sviluppo è competitività. Sul significato della parola competitività si possono fornire diverse interpretazioni ma, in Italia, quella predominante spiega la competitività in termini di riduzione del costo del lavoro. Non tutti gli economisti sono d'accordo con questa interpretazione, tra questi vi è anche Jean-Paul Fitoussi, presidente dell'Osservatorio Francese della Congiuntura Economica e consigliere indipendente di Telecom Italia. Secondo l'economista francese, la sfida della globalizzazione può essere vinta se lo Stato saprà proteggere chi rischia in proprio: imprese o anche semplici cittadini. Inoltre, Jean-Paul Fitoussi, in una recente intervista al Corriere della Sera che vi proponiamo di seguito, ha bollato come retorica l'interpretazione che la politica dà al fenomeno della globalizzazione.

D. Retorica perché, professore?
R.
Partiamo da un dato di fatto: è innegabile che la globalizzazione si traduca in una maggiore apertura dei beni, dei servizi e anche delle culture. Dei mercati e delle società, insomma. È altrettanto evidente che questo aumenta il livello di benessere delle popolazioni

D. Ma?
R. Ma la retorica politica tende a dire: globalizzazione è competitività e il solo modo di essere competitivi è abbassare i salari. Si arriva fino a sostenere che i Paesi più ricchi sono anche quelli con i maggiori handicap nella corsa, quelli destinati a perdere, perché hanno i salari più alti.

D. E non è così.
R. Beati i poveri? Non scherziamo. La verità è che la globalizzazione va in scena in un mondo di Stati-nazione e che è normale oltre che giusto, per gli Stati-nazione, proteggere le proprie popolazioni

D. Protezione che però, ripete spesso lei, non significa necessariamente protezionismo.
R. Assolutamente. La questione è: come si gioca la partita della globalizzazione, dei mercati e delle società aperte, per avere il benessere ma evitando i rischi che comunque nella dinamica della crescita e degli investimenti ci sono? La risposta a mio avviso sta proprio nel 'saper proteggere'. Protezione sociale da un lato, e garanzia collettiva di attività dall'altro: tu cittadino, impresa, lavoratore investi, ti metti in gioco, rischi, ma io Stato ti metto nelle condizioni di farlo con una 'copertura'. È questo il punto. I cittadini sono disposti a rischiare, e dunque a rendere l'economia più dinamica, ma solo se sanno che c'è una seconda chance.

D. Detto in altri termini?
R. Occorre fare in modo che i rallentamenti della crescita siano i più brevi possibile.

D. Non è semplice
R. No. Ma non è nemmeno così complicato se si usano tutti gli strumenti della politica economica e monetaria.

D. Ed è qui, lei dice, che scivolano i Paesi europei
R. Sì, perché è l'Europa comunitaria che, oggi ha in mano gli strumenti della politica economica: ma se poi è l'azione comune quella che viene a mancare, non si creano le garanzie di cui parlavamo e crescono i rischi per le popolazioni.

D. In altre parole: abbiamo l'Europa economica ma non quella politica? È questo che ci impedisce di essere una vera società aperta e di governare il cambiamento globalizzazione-benessere?
R. Io penso di sì. Penso che solo un governo federale europeo potrebbe svolgere bene questo compito. Come dimostrano del resto gli Stati Uniti.

D. Ma qui, nel vecchio continente, è ancora molto forte il concetto di Stato-nazione.
R. Sì, ma in un malinteso senso del termine. Tutto il mondo, l'ho detto prima, è fatto di Stati-nazione . Ma noi Europei? Non ci rendiamo conto, non vogliamo prendere atto del fatto che siamo in un fase di transizione. Incompiuti. I singoli Stati - la Francia , l'Italia, la Germania - non sono più veramente delle nazioni. Culturalmente sì, certo, ma economicamente? Non hanno più nemmeno - e lo ritengo giusto - la sovranità monetaria. Occorrerebbe riconoscerlo e comportarsi di conseguenza: far sì che sia davvero l'Europa, il nostro Stato-nazione.

D. Lo ritiene possibile? Un po' ovunque, ma forse soprattutto proprio in Italia e Francia, assistiamo al risorgere del patriottismo economico e al proliferare di tentazioni protezionistiche.
R. Ma il patriottismo economico ha già perso. Lo si visto in Francia, dove pur di impedire all'indiana Mittal di acquisire Arcelor il governo ha fatto di tutto eppure è finito sconfitto. E anche in Italia. beh diciamo che non ci sono grandi spettacoli. No, credo proprio che la stagione dei patriottismi sia, per fortuna, destinata a finire. E sa perché? Perché non ha il supporto delle popolazioni. Non piace. Non interessa.

D. Significa che i cittadini sono più aperti, e quindi avanti, di chi li governa?
R. Molto, molto più avanti. Certo anche loro hanno paura. È comprensibile ed è normale. Ma è così per il discorso che facevano prima: perché non si sentono abbastanza protetti da una classe politica in cui non hanno fiducia.

D. Non è un problema da poco. Soluzione?
R. Se la politica continua con la sua retorica della globalizzazione il cammino sarà ancora difficile e complicato. Ma se la globalizzazione viene mostrata per quella che davvero è o può essere, cioè un modo per aumentare le opportunità e il benessere, la spinta verrà proprio dal basso. Non è un caso che i Paesi più globalizzati siano i piccoli paesi, per esempio del Nord Europa. Non hanno paura perché applicano esattamente quanto detto fin qui: hanno un alto tasso di protezione sociale. Ma sono vere società - e non solo mercati - aperte.

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