Dal Mondo Economico
in collaborazione con Espansione
STIPENDI “TRASPARENTI”
Dalla
seconda metà del 2006 tutti gli emolumenti dei manager di prima
linea delle società quotate in Borsa dovranno essere resi pubblici e
motivati. A prescriverlo, in una delle sue recenti recommendation, è la
Commissione europea che, nell’intento di assicurare una sempre migliore
corporate governance, sollecita tutti gli Stati membri a farsi carico della
sua applicazione.
Si tratta di un’introduzione prossima ventura della
quale si parla ancora poco, ma che ha in sé elementi per più aspetti
rivoluzionari.
Oggi in Italia, nelle aziende quotate, l’obbligatorietà della
cosiddetta disclosure dei compensi vale soltanto per il consiglio
d’amministrazione, e neanche a livello di singolo componente.
Per contro
la novità sarà doppia e riguarderà non solo
la retribuzione fissa e variabile del numero uno in azienda, ma anche di
coloro che in linea gli fanno direttamente capo.
Le nuove normative richiederanno
di mettere nero su bianco una giustificazione sia del valore assoluto dei
compensi (buonuscita inclusa), sia degli eventuali incrementi. Inoltre si
dovrà fornire una motivazione per la scelta
degli advisor indipendenti facenti parte del comitato di remunerazione, che
nelle aziende del listino milanese è obbligatorio da 2 anni.
Si tratterà solo
di formalità? È possibile, ma non
affatto scontato. Perché il corollario di tutto quanto precede è che
ogni decisione in tema di compensi e ogni motivazione a essa correlata saranno
impugnabili dagli azionisti.
Se davvero applicata, tra un paio d’anni
la raccomandazione di Bruxelles avrà così un impatto a diversi
livelli. Il primo è,
appunto, a garanzia degli azionisti (in particolare di minoranza), quello
della corporate governance. Conflitti di interessi, piccoli e grandi abusi,
oltre che collusioni, tra chi effettivamente ha in mano le grandi leve
del potere in azienda, dovrebbero tutti essere attenuati nel segno di una
maggiore trasparenza.
In tal senso l’introduzione avvicinerà l’Europa
al mondo anglosassone, dove (almeno in linea di principio) i compensi del
top management sono oggetto di più attento vaglio. Per esempio in
alcune delle Borse d’Oltreoceano, dove diverse quotate italiane precorrono
un po’ i
tempi, la loro pubblica dichiarazione è già un obbligo.
In tempi nei quali si riaccende in Italia il dibattito sull’accountability (o
l’essere chiamati a rispondere) dei top manager, sulla questione di
una maggiore corporate governance è difficile trovare voci dissonanti.
«Non
vedo per gli azionisti che vantaggi», dice Aldo Neuburger,
a capo di Hunters (selezione di top manager), «visto che in questo
modo saranno meglio informati su come vengono impiegati i loro investimenti».
Rinforza Giorgio Ambrogioni, direttore generale di Federmanager, l’associazione
che rappresenta sindacalmente 82mila dirigenti industriali: «Il recepimento
della raccomandazione europea non farebbe che rispondere a logiche etiche,
di trasparenza e di modernità».
«Forse, nel caso della
pubblicità delle retribuzioni, a differenza
di quanto avviene in altri aspetti di corporate governance, la trasparenza
diventa un po’ una moda», sostiene invece Alberto Amaglio, managing
vice-president della società di head hunting Korn-Ferry. Che è l’unico
a prendere (in parte) le distanze. «Si rischia oltretutto il khomeinismo,
infiltrando all’interno delle organizzazioni elementi di polemica».
E quello introdotto da Amaglio è un secondo livello di impatto della
glasnost retributiva, il che vale sia tra colleghi all’interno di una
stessa azienda che tra manager omologhi di realtà simili, magari dello
stesso settore.
Ora, è vero che i compensi dei colleghi sono spesso
noti o intuiti, almeno nell’ordine di grandezza, e che i livelli retributivi
per responsabilità ricoperta
sono oggetto di numerose indagini specialistiche; altro discorso è però sapere
dei singoli emolumenti con precisione e senza margini per il dubbio. In fondo,
come ricorda Marco Legnani, partner della società di consulenza sui
sistemi retributivi Watson Wyatt, in Italia gli stipendi sono sempre stati
un tabù. E come nota Paolo Citterio, presidente di Gidp-Hrda, la principale
associazione dei responsabili delle risorse umane, la privacy ne uscirà un
po’ ammaccata.
Soprattutto, però, i confronti tra i manager (e
non solo tra di loro) saranno all’ordine del giorno. Più forse
nel male che nel bene, maggiori dosi di risentimento e di autocompiacimento,
di gelosia e di imbarazzo entreranno nel gioco. Motivazioni e demotivazioni
organizzative potranno subire qualche piccolo colpo di riassestamento. «Una
volta però superata
la fase iniziale di rodaggio», aggiunge Citterio, «la trasparenza
non mancherà di portare effetti positivi, servirà per esempio
a sfatare molte fantasie di stipendi clamorosamente elevati».
Osserva
Legnani: «Se da una parte le aziende saranno chiamate al loro
interno a dare vita a una maggiore equità retributiva, dall’altra
l’accresciuta visibilità dei compensi nel mercato dei manager
renderà più mobile chi guadagna (comparativamente) poco e subito
fuori mercato chi invece riceve troppo». Il messaggio implicito è che
in futuro l’assegnazione dei compensi tenderà a essere meno
discrezionale e più correlata a criteri di merito.
Il che ci fa entrare a sua volta nel nocciolo del terzo livello di ricadute:
quello di come evolveranno le retribuzioni manageriali. A priori, va subito
detto, le retribuzioni né diminuiranno né cresceranno. Molto
probabilmente, invece, varieranno sempre di più a seconda dei singoli
manager e delle loro stagioni professionali. E questo soprattutto perché sarà rafforzata
la tendenza già in atto da almeno una decina d’anni a privilegiare
i compensi variabili su quelli base. I primi sono legati ai risultati e appunto
ai meriti; i secondi alle competenze.
La tendenza in atto a favore della componente
variabile dei compensi - rafforzata come detto dalle disclosure - trova in
realtà ulteriore sostegno nei
contenuti e negli orientamenti dei contratti dirigenziali. «Dall’anno
scorso sia nell’industria che nei servizi sono stati abbandonati gran
parte degli scatti di anzianità», rileva al riguardo Citterio, «e
oramai per il futuro è sensazione diffusa che non ci saranno più aumenti
a pioggia».
Ogni manager è dunque chiamato a fare storia a sé con le proprie performance, che incidono sulla parte variabile delle retribuzioni. Ed è un segno dei tempi che di questa linea sia sostenitrice la stessa Federmanager. Dice Ambrogioni: «Uscire dalla logica esclusiva del fisso premia i talenti, li fidelizza e ne accentua le performance, ridestando in loro il senso della sfida. L’importante è piuttosto che i meccanismi retributivi siano oggettivi e basati su obiettivi coinvolgenti e da negoziare».

