Dal Mondo Economico
in collaborazione con Espansione
Inchiesta Mercati:
RUSSIA, UNA CORSIA PREFERENZIALE PER LE IMPRESE ITALIANE 4
Sommario Articolo
Nuove Ambizioni economiche
La ricerca della contaminazione straniera
Progressi ok, progressi ancora a metà
E’ nata una classe media
E l’Italia riesce a far sistema
E’ nata una classe media
Tutte le difficoltà che gli imprenditori esteri incontrano possono
comunque essere ben ripagate, visto che la Russia sta anche diventando un mercato
sempre più interessante. Addirittura il Boston consulting group si spinge
ad affermare che se in Occidente il ritorno medio di profitti sul fatturato è per
le imprese del 10%, in Russia il dato è prossimo al 25%. La dimensione
della domanda, coniugata a un grado di concorrenzialità ancora abbastanza
ridotto (lo è soprattutto da parte russa), spiegherebbe gran parte dell’appeal.
Un appeal in realtà esistente da sempre, ma al quale la recente evoluzione
economica, a livelli mai toccati prima, ha dato un’ulteriore spinta.
Se
si guarda al popolo russo, attira innanzitutto l’attenzione quella élite
di milionari e supermilionari (in sonante valuta occidentale) che per tenore
di vita potrebbe coinvolgere quasi due milioni di persone, l’1,5% circa
del totale. Si tratta, nei casi più macroscopici, dei grandi assegnatari
delle privatizzazioni dell’era Yeltsin, numerosi dei qualifigurano tra
i titolari delle più grandi fortune al mondo. Anche però senza
andare ai casi limite, è un fatto che gran parte delle ricchezze sono
state ottenute in fretta e in maniera non del tutto cristallina. “Spesso
ad accumularle, soprattutto negli anni ‘90”, approfondisce Mazzini, “sono
stati giovani molto pronti a rilevare a poco le ex aziende di Stato, a insinuarsi
nelle carenze legislative, a trasferire a se stessi quanto la competenza pubblica
ha abbandonato dall’oggi al domani in attesa di un nuovo ordine, e questo
senza contare burocrati corrotti e criminali”.
Non deve in ogni caso sorprendere che la domanda di prodotti di lusso sia già da
molti anni particolarmente effervescente. Dei circa 5 miliardi di export italiano
2004, si può così ipotizzare che, tra automobili e gioielli, calzature
e abbigliamento, articoli di design e altri prodotti ancora, rientri nell’alto
di gamma un buon 10%. Per inciso, i nouveaux riches russi sono anche quelli che
hanno notoriamente fatto andare alle stelle i prezzi delle ville in Costa Azzurra
e che, negli stessi momenti più bui del turismo internazionale post 11
settembre, hanno continuato a sorreggere le vendite delle boutique del lusso
in molte capitali dello shopping internazionale.
In termini socio-economici, la maggiore positiva novità dell’ultimo
quinquennio consiste tuttavia nell’emersione di un ceto medio, in passato
quasi inesistente. Rappresentato per lo più da quadri e manager, commercianti
e piccoli imprenditori, tale ceto medio è il primo ad aver capitalizzato
in maniera trasparente sulla crescente ricchezza nazionale. Esso dispone in media
di redditi mensili corrispondenti ai nostri 1.500 euro, ha un’alta propensione
alla spesa e costituisce forse già il 10% della popolazione, con punte
di incidenza a San Pietroburgo (20-25%) e a Mosca (25-30%).
Nell’ottica dei consumi, a raccogliere i frutti del fenomeno è innanzitutto
il settore dei beni durevoli di consumo, che si trova a poter soddisfare un’elevata
domanda di prime dotazioni. La Russia sta per esempio diventando un mercato
da un milionee mezzo di vetture l’anno, con almeno 3-4 dei grandi produttori
mondiali pronti tra quest’anno e il 2006 a inaugurare propri stabilimenti
sul territorio (Fiat, una presenza storica, prevede invece di incrementare
l’output);
lievitano poi al ritmo del 10-15% le vendite di grandi elettrodomestici, nel
qual caso la sola Indesit Company presidia circa un terzo del mercato; e tira
l’arredamento, con l’Italia che nel mercato di importazione si
assicura oltre il 40% dei volumi.
Come intuibile, per effetto del ceto medio in crescita, sta anche iniziando
a prendere corpo una domanda di benessere “lifestyle”, che vede
le nostre aziende protagoniste, oltre che nell’arredamento, anche in
settori quali l’abbigliamento, il calzaturiero, la pelletteria, l’alimentare
e l’enologico. Tutti settori per i quali Baruffi avverte comunque che
la qualità del made in Italy deve fare attenzione a mantenersi molto
elevata, pena il sempre maggiore confronto competitivo, persino con i produttori
cinesi. Un altro mercato, per l’Italia a discreti potenziali di sviluppo, è quello
dell’incoming turistico.
E l’Italia riesce a far sistema
Ma a prescindere da questo quadro più fosco, in parte inevitabile
in un momento di transizionequale quello che il Paese sta ancora vivendo, è un
fatto che il mercato russo si mostri sempre più appetibile e che le
imprese italiane vi siano ben posizionate per trarne profitto. Parte del merito è da
attribuire agli ottimi rapporti istituzionali, rinsaldati dalla buona intesa
personale tra Silvio Berlusconi (che in passato ha persino proposto la Russia
come candidata alla Ue) e un sempre molto popolare Putin. I due premier si
incontrano di frequente, non solo in occasioni di protocollo e nelle rispettive
ville e dacie, ma anche in momenti simbolici di business, come è successo
lo scorso aprile all’inaugurazione del nuovo stabilimento Indesit a Lipetzk.
Un effetto-visibilità, in una realtà dove le relazioni interpersonali
sono ancora molto importanti per fare affari, che non manca di dare una mano.
Così come aiuta il favorevole immaginario di cui l’Italia gode
oramai per tradizione, grazie a calcio, Ferrari, cibo, dolce vita e via andare. “Dalle
nostre controparti russe siamo visti con estrema simpatia”, tira le somme
Cantoni, “con il risultato che nel Paese gli italiani sono di moda e
non solo per la moda”.
Cantoni sostiene oltretutto che la Russia è forse l’unico mercato
nel quale l’Italia del business riesce a far sistema. Al di là dell’azione
governativa di vertice, infatti, sempre più al gigante euroasiatico
riserva particolare attenzione il nostro ministero delle Attività produttive,
sia direttamente - promuovendo immagine e incontri - che indirettamente, per
esempio con fondi Simest e Sace. Sullo stesso fronte, ma con approccio più operativo,
si schierano poi da un paio d’anni diverse associazioni territoriali
e di settore, in aggiunta ad altre organizzazioni imprenditoriali e manageriali,
come le già citate Agenzia Russia e Adico. Più di recente, dopo
una lunga latitanza, tra Mosca e San Pietroburgo sono sbarcate diverse banche
italiane (oggi sono operative in 6). E nel frattempo, a rafforzare l’azione
sul campo di piccole e grandi imprese, già si parla con insistenza della
formazione in Russia di veri e propri distretti industriali sotto l’impulso
diretto degli insediamenti produttivi italiani (esempi ne sono il polo degli
elettrodomestici a Lipetzk, quello siderurgico a Ekaterinburg e quello dei
mobili appena fuori Mosca). Insomma, per le nostre aziende finalmente una marcia
in più per sfondare in un mercato che è il più grande
dell’Europa emergente.
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