Dal Mondo Economico
in collaborazione con Espansione
Inchiesta Mercati:
RUSSIA, UNA CORSIA PREFERENZIALE PER LE IMPRESE ITALIANE 2
Sommario Articolo
Nuove Ambizioni economiche
La ricerca della contaminazione straniera
Progressi ok, progressi ancora a metà
E’ nata una classe media
E l’Italia riesce a far sistema
“Casi come quelli di Yukos sono problemi russi per soli russi”,
ribadisce Cantoni, “gli stranieri sono rispettati”. E che la fiducia
sia poco scalfita è provato dagli investimenti diretti esteri, passati
dai 3,5 miliardi di dollari del 2002 agli 8 del 2003 e al dato analogo relativo
ai soli primi 10 mesi dell’anno scorso. Naturalmente la Cina è lontana
(oltre 50 miliardi di dollari di investimenti in ognuno degli anni passati),
ma la progressione è evidente e lo è soprattutto nel gas e nel
petrolio, ambiti nei quali operano in prima fila nomi quali Shell, ExxonMobil
e ConocoPhillips - quest’ultima entrata pochi mesi fa nel capitale di
Lukoil, la prima realtà nazionale di settore. Dalla scorsa estate ha
più volte mostrato interesse per gli asset di Yukos la stessa Eni, in
Russia già la maggiore investitrice italiana.In un contesto di sostenuta
domanda internazionale, il petrolio costituisce in effetti un sicuro collante
con il resto del mondo (nel caso dell’Italia il petrolio rappresenta
oltre il 70% dell’import e il 45% dell’interscambio complessivo).
Lo è a maggior ragione se si considera che la Russia non fa
parte del
cartello Opec e che, a seguito di recenti rivalutazioni in Siberia, sembrerebbe
disporre di riserve per circa 180 miliardi di barili di greggio, corrispondenti
al 15% circa del totale delle giacenze mondiali, appena dietro a quelle arabe.
In quanto al gas, le disponibilità teoriche russe coprono addirittura
un quarto del totale terraqueo. Così che se la Cina, che di materie
prime è relativamente a corto,è stata a suo tempo definita la
fabbrica del mondo, per la confinante Russia non è esagerato parlare
come di un contraltare in termini di “supepotenza motrice”.
Ma i motivi per guardare con interesse al Paese euro-asiatico sono anche altri.
Russia e Cina, insieme a Brasile e India, sono per Goldman Sachs i cosiddetti “bric”,
i Paesi (come da acronimo delle iniziali) destinati nei prossimi decenni a un
ruolo economico primario. Già per i prossimi 10 anni Putin punta a raddoppiare
il pil del Paese, sebbene questo implichi una crescita media annua superiore
al 7%, un dato in linea con un 2004 da record e non di molto superiore a quello
medio a partire dal 2000.
La ricerca della contaminazione straniera
La dipendenza dal petrolio e dal gas costituisce del resto un noto
capitolo dolente dell’economia russa. Perché con appena l’1% della
forza lavoro nazionale, il settore energetico contribuisce all’export per
circa il 55% e alle entrate pubbliche per oltre un quarto. Non solo. Se secondo
dati governativi esso incide sul pil per il 9% e sugli investimenti fissi per
un terzo, la Banca Mondiale, che considera anche l’indotto, rivede i pesi
l’insù, rispettivamente fino al 25 e al 60%. In altre parole la
Russia non avrebbe ancora sviluppato un’apprezzabile industria di trasformazione,
tale da controbilanciare la volatilità del settore estrattivo. Secondo
diversi osservatori internazionali, l’imputato numero uno è l’avvolgente
burocrazia, spesso vessatoria e corrotta, che vede particolarmente penalizzate
le pmi, nel loro insieme equivalenti ad appena il 12% del prodotto nazionale
(la media europea si aggira intorno al 50%).
Come testimonia Guido Baruffi, presidente dell’Agenzia Russia (un’organizzazione
no profit collegata ad associazioni di piccole imprese), da qualche tempo il
Cremlino sta cercando di ridurre gli organici dell’apparato burocratico
e nel contempo di aumentarne gli stipendi, di modo da ridurre l’interesse
per proventi illeciti.
Sempre in tema di sviluppo diffuso dell’industria, un’altra direttrice di lavoro dell’amministrazione russa consiste nel promuovere lo scambio di know-how e di contatti con l’estero. Ed è qui che, rispetto al resto dell’Occidente, l’Italia inizia a mostrare diversi aspetti di congenialità. “Lo sviluppo industriale russo”, introduce in questo senso Fabio Monti, consulente di marketing e responsabile dell’internazionalizzazione in Adico (l’associazione italiana dei direttori commerciali), “crea domanda di tecnologie produttive tipiche della nostra offerta nazionale”. Rinforza Giampiero Cantoni, docente di economia internazionale e senatore di Forza Italia: “Per la modernizzazione russa l’Italia fa la sua parte grazie alle tecnologie medie delle proprie pmi, soprattutto nell’area delle macchine utensili”, che non a caso rappresentano da sole più di un terzo dell’export italiano. Nell’ultimo biennio, sia Agenzia Russia che Adico hanno opportunamente stretto rapporti di collaborazione con omologhe russe, e questo mentre a detta di molti il capitalismo del nostro Nord-Est e dei nostri distretti industriali sono presi in Russia a espliciti modelli di sviluppo.
Il vento liberalizzatore e di apertura soffia poi anche
nel verso delle partnership internazionali, che il più delle volte
si concretizzano in joint-venture produttive in loco. Per l’Italia,
terzo Paese nell’interscambio commerciale
dopo Germania e Olanda e un po’ indietro per investimenti diretti,
si tratta della scommessa del momento. E questo tanto più se si considerano,
da una parte ancora una volta le dimensioni ridotte delle nostre imprese,
e dall’altra
le complessità ambientali, che per l’operatore straniero si
riflettono persino nei prezzi più elevati di acquisizione delle materie
prime. In un contesto nel quale si è finalmente formata una classe
manageriale ma non ancora una imprenditoriale, il passo più cruciale
per le aziende occidentali consiste tuttavia nel selezionare bene il partner
giusto. Sintetizza al riguardo Di Marco: “Per l’affidabilità dei
russi, più che la
buona fede, a dover essere oggetto di attento vaglio è la capacità di
mettersi nella visione imprenditoriale dell’Occidente, il che principalmente
significa una adeguata percezione del rischio unita a garanzie reali. Ed è per
questo che le partnership con i russi tendono a essere squilibrate e non
di rado (per gli occidentali) perdenti”.
Certamente poi gli ostacoli alla reciproca comprensione permangono anche a livello operativo. “I russi non hanno ancora metabolizzato il nostro approccio logistico”, sostiene Francesco Festa, responsabile ricerca e sviluppo in Adaci (l’associazione italiana dei manager degli approvvigionamenti), “il che vale sia nella parte “attiva” (produzione e vendita), che in quella “passiva” di approvvigionamento, e sia in termini di unità di tempo che di processi. Per transare, insomma, molto spesso tra noi e i russi manca una piattaforma di competenze e di conoscenze comuni. Ma questo, come spesso accade, si traduce anche in opportunità di mercato, nel caso specifico con la vendita di servizi di logistica”. Una logistica che in Russia trova in ogni caso due limiti oggettivi: la vastità del territorio, che si estende su 11 fusi orari, e la carenza di sempre delle infrastrutture di trasporto.

