Dal Mondo Economico
in collaborazione con Espansione
Inchiesta Mercati:
INDIA, FALSA O REALE OPPORTUNITA’?
Con
una popolazione di 1.050 milioni di persone, pari al 17% di quella mondiale,
l’India è senz’altro un gigante, che per di più non
smette di crescere (l’incremento demografico è nell’ordine
del 2% annuo).
A dispetto però di queste e altre favorevoli premesse,
sulla scena economica l’ex perla dell’impero britannico resta un
player minore. A livello mondiale il suo prodotto interno lordo pesa per appena
il 2% (la metà dell’incidenza Italiana) e il suo interscambio
con l’estero, condizionato da un’autarchia pluridecennale, per
un ancor più modesto
1,1%.
L’India è insomma comunque lontana da essere quello che è divenuta
la Cina negli ultimi anni: non solo perché l’economia cinese ha
già da tempo superato per dimensioni quella Italiana, con un’apertura
commerciale che è in assoluto la quarta al mondo, ma pure per il suo
progredire apparentemente inarrestabile. Ormai è da un decennio che
una Cina a evoluzione demografica appiattita cresce a un ritmo medio del 9%,
mentre l’India s’è dovuta accontentare di un 5-6%, comunque
inadeguato ad assorbire una forza lavoro che aumenta di quasi 10 milioni di
unità l’anno.
Una crescita rallentata, ma costante
E tuttavia, sempre in una prospettiva di lungo periodo, anche in India qualcosa si è nel frattempo mosso, seppure in maniera graduale, anche tenendo conto del fatto che solo nei primi anni ’90 si è assistito ad alcune importanti iniziative di politica economica, quali la messa in cantiere delle prime privatizzazioni, la riduzione dei dazi all’importazione, le minori restrizioni per gli investimenti dall’estero. In tempi brevi il Paese non solo rientrava in carreggiata, ma strutturalmente guadagnava nuovo slancio.
Come anticipato, nel decennio successivo la crescita media sarebbe stata
prossima al 6%. Pur da basi minime e con un costante saldo passivo, l’interscambio con l’estero avrebbe via via preso consistenza, fino a crescere anche negli ultimi anni a un ritmo medio del 12-13%. E secondo gli ultimi dati disponibili, l’India godrebbe oggi di 106 miliardi di dollari di riserve valutarie estere, un ammontare che non sfigura al confronto con le altre maggiori economie asiatiche.
I problemi, gli ostacoli, i nodi, restano. Ammesso che li voglia affrontare,
l’economia non lascerà di certo senza dossier il nuovo governo
guidato dal Congress di Sonia Gandhi, che qualche settimana fa ha inaspettatamente
sconfitto Atal Behari Vajapayee, primo ministro del partito del Popolo (Bjp),
in carica dal ’98. Per numerosi aspetti, infatti, l’India è un
Paese che ancora grida all’azione rimodernatrice. Con un deficit annuo
dell’8-9%, la presenza dello Stato nell’economia è sempre
invadente e fonte di inefficienze, la burocrazia, con incorporata corruzione,
non arretra, il protezionismo continua a frenare investimenti e interscambio,
il quadro fiscale resta nebuloso e frammentato e il settore finanziario inadeguato.
Secondo l’agenzia di assicurazione al credito Euler Hermes le imprese
sono nella maggioranza sottocapitalizzate e sottoinvestite, mentre il processo
di ristrutturazioni bancarie, avviato già qualche anno fa, è ancora
lontano dall’essere completato.
Ma ancora, le norme sulla libera concorrenza,
il dirigismo nell’associare attività a classi dimensionali d’impresa
o nell’escludere i capitali esteri da determinati settori non è ancora
stato smantellato e le infrastrutture sono insufficienti a sostenere lo sviluppo
dell’industria.
L’India non è inoltre capace di trasformare
in asset la sua sconfinata forza lavoro manuale, che ha un costo tra i più bassi
al mondo.
Al di là di una generica frustrazione imprenditoriale, gli
esiti sono i seguenti: la grande industria si ritrova personale in eccedenza
(il 17%, secondo una recente stima Fmi), la media impresa è pressoché inesistente
mentre la piccola, per di più in grado di sfuggire al fisco e protetta
in numerosi settori, si impone inevitabilmente come lo standard. Con tali disincentivi
alla crescita è anche comprensibile come la dimensione delle imprese
indiane risulti sub-ottimale nel confronto internazionale. Né sorprende
che nel suo insieme il settore manifatturiero pesi sul prodotto interno dell’India
per appena un quarto.
Insomma, un clima difficilmente definibile pro-business. Ma tutto questo
delinea una sorta di paradigma di crescita, che oppone alle resistenze potenzialità forse
di pari consistenza. Storicamente si è visto che un sistema socialista
e bloccato, quale quello indiano, ha prodotto risultati non appena, per gradi
successivi, sono state introdotte le necessarie modifiche. E la rimozione futura,
anche limitata, degli attuali vincoli al laissez-faire non potrà che
tradursi in supplementare marcia competitiva.
Ma è sensato contare su
questi nuovi interventi? Le ragioni dell’ottimismo sono più d’una.
Innanzitutto gli ultimi 20 anni già mostrano una direzione di marcia
sulla quale è possibile fare proiezioni. In secondo luogo a spingere
verso una transizione all’economia di mercato, tanto più se l’India
vorrà proseguire nella sua apertura internazionale, sono le regole del
gioco della globalizzazione. La stessa Cina ha mostrato come rispettarle porti
notevoli benefici.
Infine, a rendersi conto della necessità di cambiamenti è buona
parte della classe politica, sebbene inibita nell’azione dall’eccessiva
frammentazione delle coalizioni governative e dalle ricorrenti tornate elettorali,
nel doppio livello nazionale e locale. E adesso si aggiunge l’incognita
del Governo entrante, a orientamento socialista, più propenso a voler
ridistribuire tra tutti gli indiani i frutti della crescita che non a rilanciare
le riforme.
Ottimismo per il futuro
Chi certamente mostra ancora di credere nel progresso dell’India, in parte per dovere d’ufficio, vista la sua specializzazione nella Borsa di Mumbay, è James Breiding, a capo della società di investimenti Naissance Capital. Afferma il finanziere svizzero: «Nei prossimi 10 anni cambieranno tante cose nel Paese quante non ne sono cambiate nei passati 100. Gli sviluppi demografici faranno sì che nel mondo ben il 30% dei giovani vivrà in India, l’assetto politico si stabilizzerà, il crescente valore sociale del “materialismo” contribuirà al passaggio dal socialismo al capitalismo e l’economia si aprirà sempre di più a livello internazionale».
Seppure con maggior cautela, si dichiara ottimista anche l’agenzia di rating Moody’s, che per gli anni a venire prevede per l’India un afflusso in evoluzione dei capitali dall’estero. E in prospettiva c’è chi teme, proprio a causa di un possibile boom della domanda indiana, ulteriori shock nei listini mondiali delle materie prime, a partire dalle quotazioni del petrolio. Con un’incidenza di circa il 30% sul totale, il petrolio è già di gran lunga la prima voce dell’import.
Guardando invece al presente, depone a favore del Subcontinente un eccezionale 2003, nel quale è successo questo: il progresso del pil è stato dell’8,1% e nel solo quarto trimestre, con un +10,3%, il dato ha addirittura superato quello cinese. L’anno testimonia certamente del positivo stato di salute dell’economia, ma a questo hanno contribuito alcuni fattori di natura congiunturale: il confronto con un fiacco 2002, con risultati da recuperare, un monsone piovoso come non accadeva da anni (il che ha fatto le fortune dell’importante, ma inefficiente settore agricolo), un tasso di inflazione - e più ancora interessi bancari - ai minimi storici, la vicinanza alle scadenze elettorali che ha propiziato una minore rigidità nei vincoli statali di bilancio.
Aperture ad occidente
E non c’è dubbio che
(Sonia Gandhi permettendo) il “feel good factor” del momento non
sia determinato solo dai dati dell’economia reale, almeno quella dei
grandi numeri. Negli ultimi anni la Borsa ha segnato una delle migliori performance
dell’Oriente, settori fortunati e a grande visibilità come quelli
del cinema “bollywoodiano” (da quasi mille film l’anno),
dell’high tech e persino della moda si internazionalizzano e diventano
motivo di orgoglio patrio, mentre nelle grandi città si diffondono consumi
all’occidentale, che addirittura hanno portato a battesimo la figura
degli “zippies”, o consumatori giovani e benestanti in salsa “glocal
chic”. Secondo l’ICE, a una classe media di 200 milioni di individui
(almeno secondo lo standard locale), fanno oramai riscontro i 10 felici milioni
che possono concedersi acquisti lifestyle, di tenore alto e a “piacere
di spesa” secondo gli stessi parametri del Primo mondo. Nell’ultimo
anno e mezzo hanno segnato un buon incremento anche i flussi turistici dall’estero.
Per inciso l’apertura al mondo riserva all’India buone notizie anche sui suoi più delicati fronti diplomatico-militari. Si sono infatti in parte allentate le tensioni che sempre covano con i Paesi confinanti, in primis, per il conteso Kashmir, con il Pakistan (col quale l’antagonismo sembra, almeno per il momento, essersi trasferito sui campi di cricket), ma anche con la Cina e il Bangladesh.
Ambizioni internazionali
Se un’ampia collettività mostra un indito senso di auto-fiducia, la classe dirigente può dal canto suo finalmente concentrarsi sul seminare e raccogliere i frutti di una pragmatica normalità, non senza ambizioni internazionali. Il clima è di fermento, di laborioso attivismo. Mai per esempio come in quest’ultimo anno i migliori alberghi delle grandi città e i voli interni, da e verso l’estero stanno registrando un’impennata dell’utenza business. Questione, se si vuole, pure di psicologia, con tutte le vulnerabilità del caso. Anche questa ha però la sua importanza.
Umore congiunturale a parte, se la contraddizione è uno dei segni più distintivi del mondo emergente, l’India questa caratteristica la estremizza forse più di tutti. Così alle strade e ai negozi alla moda dei grandi centri, alle ottime università, ai 40-50 milioni di indiani con inglese fluente e all’“essere in rete” (tecnologico e mentale) di una fetta forse analoga della popolazione fa da sfondo uno scenario socio-economico di persistente arretratezza.
Il settore dei servizi – esternalizzazione e delocalizzazione
Insufficienze infrastrutturali; rigidità normative per il lavoro nell’industria
oltre una certa soglia dimensionale; piccole imprese “a misura di sistema”;
primato dei rapporti d’affari che non riservino imprevisti, meglio ancora
se condotti face-to-face. Non sono che alcuni dei principali elementi che contribuiscono
a spiegare l’importanza relativa del macro-settore dei servizi, che concorre
all’economia nazionale per oltre il 50%. Sul settore del software e dei
cosiddetti servizi remoti indiani, che sono le aree di attività in questione,
vale però il caso di soffermarsi anche per il loro valore simbolico.
I
servizi software e remoti (attività di call center, inserimento ed elaborazione
dati di varia natura, back office in genere), resi con il supporto di adeguate
reti di info-telecomunicazione, fanno appunto degli indiani dei colletti bianchi “globali
e invisibili”. E costoro sono i protagonisti di quella storia di successo,
molto mediatizzata e a modo suo innovativa, che prende il nome di business
process outsourcing (o bpo). Nei fatti, le aziende occidentali, principalmente
statunitensi e inglesi, demandano in India le loro attività impiegatizie
a maggiore intensità di lavoro, puntando in questo modo alla riduzione
secca dei costi.
Da parte loro, gli indiani, oltre a costare poco - un ingegnere è retribuito
attualmente appena più di 10mila euro annui e un diplomato molto meno
- parlano inglese e mostrano un discreto grado di preparazione. Ragione per
la quale il differenziale qualitativo delle loro prestazioni, rispetto agli
occidentali, si rivela mediamente abbastanza trascurabile.
Il bpo può in
realtà sia prendere la forma di una vera e propria esternalizzazione,
nel senso che il lavoro è affidato a parti terze, sia di una semplice
delocalizzazione, nel qual caso le aziende trasferiscono dalla casa madre proprie
unità operative. Grazie alla prima pratica hanno prosperato aziende
locali, anche quotate a New York e con fatturati da quasi un miliardo di dollari,
quali Wipro, Infosys technologies e Tata consulting services (più nota
come Tcs).
Delocalizzandosi - in più casi via acquisizioni - multinazionali
come Ibm, Accenture, Citigroup, Eds e altre ancora hanno invece fatto direttamente
una scommessa sui potenziali di sviluppo dell’India, in particolare
sul fronte tecnologico.
A dire il vero, alle aziende estere è offerta
in India anche una terza via per la delocalizzazione, di passaggio dal primo
al secondo approccio. Si tratta del build-operate-transfer, da intendersi
come uno start up da parte del fornitore indiano dell’attività delocalizzativa.
Quest’ultima è però già destinata a essere ceduta
all’azienda estera, il che accade solitamente nell’arco di due
anni. Nel loro insieme, tutte le modalità considerate, le attività di
bpo hanno concorso l’anno scorso a un fatturato oltre confine di quasi
8 miliardi di dollari, pari al 15% del totale esportato indiano.
Gli altri settori trainanti
A
tutt’oggi il successo dei servizi bpo non si esaurisce comunque in se
stesso. Tale successo fa per la prima volta toccare con mano agli indiani i
grandi vantaggi della globalizzazione, ottenibili a patto di rispettare standard
qualitativi internazionali. Fa capire quanto l’apertura internazionale
dia i suoi frutti, come testimoniano gli stessi rapporti di scambio tecnologico-militare
in via di intensificazione con Israele, e quanto a poco servano dazi e protezionismi
di qualsivoglia natura.
Il bpo rappresenta pertanto uno stimolo a proseguire
nel cambiamento. è in
tal senso significativo che nei mesi scorsi, per la prima volta, il Governo
indiano abbia affidato ad aziende estere - nel caso specifico Hewlett Packard
e Microsoft - un importante progetto di riorganizzazione riguardante i propri
ministeri.
Ma il vento che soffia a favore del cambiamento è a ben
vedere anche un altro. Rispetto al 1991 il mercato delle auto si è più che
triplicato (fino a 700mila unità), i tempi anche pluriennali di attesa
sono solo un lontano ricordo e, con un 22% di quota, la Hyundai compete con
una quasi del tutto privatizzata Maruti (45%). I beni di elettronica, di
qualità finalmente
internazionale, ma a prezzi indiani, sono ormai quasi tutti prodotti in loco
e non richiedono più un “contrabbando” di shopping estero.
Alcuni servizi, come nel caso della telefonia, hanno abbandonato il monopolio
mentre più in generale, da parte dei produttori, si nota una maggiore
attenzione nell’adattarsi ai gusti e alle richieste del mercato. Per
i consumatori della classe media, insomma, i progressi sono indubbi e ulteriori
evoluzioni fanno parte delle attuali attese.
Va bene, forse più del solito, anche il tradizionale comparto dell’oreficeria
(con distretto principale a Nuova Delhi), che l’anno prossimo potrebbe
raddoppiare il proprio export a 1,2 miliardi di dollari per effetto dell’annunciata
rimozione dei dazi all’importazione
da parte degli Usa.
Che l’industria come il Paese nel suo insieme siano
avviati su un percorso virtuoso lo ha attestato il mese scorso anche l’Imd
di Losanna, che per il 2004 ha assegnato all’India la 34esima posizione
mondiale in termini di competitività, contro la 50esima dell’anno
scorso.
Se però c’è un settore sul quale oggi si appuntano
più di tutti le speranze del rilancio, questo è quello del tessile-abbigliamento,
con 13,5 miliardi di dollari, già leader dell’export indiano.
Ma è solo dal 2005, grazie all’eliminazione in tutto il mondo
dei contingenti all’importazione secondo gli accordi della World Trade
Organization, che il tessile-abbigliamento indiano dovrebbe divenire protagonista
di un autentico boom. Secondo un’elaborazione di Citigroup su dati forniti
dal ministero dell’Industria, per il 2008 l’export del settore
potrebbe più che
raddoppiare, raggiungendo 30 miliardi di dollari.
Le prospettive di liberalizzazione
internazionale hanno già da tempo messo in moto i maggiori produttori
tessili nazionali (tra gli altri, Gokardas, Alok, Welspun), portandoli a
effettuare o a pianificare investimenti produttivi come mai prima. è altrettanto
significativo che sarà proprio il tessile-abbigliamento il principale
terreno di scontro con la Cina, che nel 2003 ha esportato tessuti e capi
per 54 miliardi di dollari. E non sono in pochi oggi gli osservatori a ritenere
che una buona fetta del business addizionale estero dei produttori indiani
si realizzerà a discapito degli omologhi cinesi.
La forza demografica
Nel lungo periodo la forza indiana sarà comunque più che mai
rappresentata dal fattore demografico. Gli indiani continuano a crescere non
solo in numero assoluto ma anche nella loro componente giovane (oggi ha meno
di 25 anni circa la metà della popolazione). C’è chi prevede
che nel 2025, quando gli indiani saranno oltre 1,5 miliardi, la quota di persone
in età da lavoro rappresenterà il 63% del totale e che da allora
in poi l’India manterrà questo rapporto tra i più elevati
in assoluto del pianeta.
Fantademografia? Forse, ma ce ne è abbastanza
perché Goldman Sachs decreti che tra i grandi Paesi emergenti, quanto
più si sposta in avanti l’orizzonte temporale, l’India diventa
il Paese con le migliori prospettive di crescita. Nel 2032 l’economia
indiana dovrebbe così superare quella giapponese; e dopo il 2050 sarà l’unica “grande” a
progredire ancora a un tasso superiore al 5%.
Nel mezzo le incognite sono tante.
Dalla parte dell’India, oltre alla demografia, giocano le ragioni profonde
dell’integrazione mondiale, il vincente modello di sviluppo di quasi
tutte le altre economie asiatiche e una sorta di coercizione a crescere del
Paese, così come è stato e continua ancora oggi a valere per
la Cina. Insomma, si potrebbe quasi dire che a favore dell’India giochi
la storia.

