Dal Mondo Economico
in collaborazione con Espansione
Inchiesta Mercati:
GIAPPONE, UN MERCATO DA PARADOSSO
Il Giappone da 15 anni è in recessione, con una Borsa in discesa
cronica.
Piagata da anni di stagnazione, nei quali la crescita stentata del prodotto
interno si è accompagnata a una tendenziale deflazione, l’economia
giapponese appare un caso da manuale di impasse strutturale. Sui problemi di
matrice interna si sono innestate le ripercussioni della crisi asiatica del ’97-98
e quelle occidentali del post-2000. E nel frattempo i cinesi hanno cominciato
ad attrarre in modo massiccio investimenti produttivi, sottraendo posti di
lavoro e indotto anche agli stabilimenti del vicino Sol Levante. Sorte ingrata,
insomma, per un Paese giunto alla prosperità sull’onda di un boom
economico ancora fresco e che sembrava poter andare avanti a oltranza. L’andamento
della Borsa è emblematico: dal 1989 a oggi, salvo recuperi di breve
periodo, il Nikkei non ha fatto che scivolare all’ingiù e oggi
il suo valore indice è grossomodo pari a un quarto del picco di allora.
Eppure
per il Giappone si può parlare di crisi quanto si vuole, ma
i suoi abitanti restano in assoluto al mondo i maggiori acquirenti di prodotti
lusso. Merrill Lynch ha calcolato che i giapponesi, tra acquisti in patria
o in viaggio, coprono praticamente un terzo del giro d’affari delle prime
12 maison mondiali del lusso. E sono stati in molti casi proprio i giapponesi
a risollevare i bilanci delle aziende occidentali del lusso nel calo dei consumi
successivo all’11 settembre. Non in altro modo si spiegano del resto
gli investimenti da capogiro per le aperture di punti vendita a Tokyo e nel
resto del Paese.
Quando il lusso diventa mass-market
Ecco quindi, almeno a
un primo approccio, il paradosso nel paradosso: non solo i giapponesi comprano
lusso a mani basse pur potendoselo permettere fino a un certo punto - oggi
in ogni caso meno di ieri - ma lo comprano “democraticamente” in
molti, senza che questo arrivi a comportare la banalizzazione degli oggetti
agognati e la perdita di appeal dei marchi. Come a dire che lusso e mass-market
- due nozioni di solito considerate agli antipodi - possono benissimo convivere.
Ma perché questa pervicace infatuazione per l’alto di gamma? Una
prima spiegazione ha a che fare con il senso estetico dei giapponesi, con l’attrazione
per la moda e la qualità, con il debole per il marchio noto e prestigioso,
tutte caratteristiche che ben si accordano con una domanda rivolta al lusso.
Se è vero che i consumatori del Sol Levante spendono molto, fino a esagerare, per merceologie quali vestiti, scarpe, orologi, lo stesso non si può dire per quelle economicamente più impegnative, i cui acquisti sono spesso anche condizionati dalla nota carenza di spazi (mobili, auto, imbarcazioni). Dati i prezzi ancora stratosferici, la stessa casa è un acquisto che può venire accantonato per sempre. Per parte loro i viaggi all’estero – un capitolo di spesa che nel tempo è fortemente lievitato - ben si coniugano con la propensione allo shopping d’alto bordo. Complici i listini generalmente più bassi, all’estero i giapponesi acquistano articoli di lusso per un importo pari a oltre un terzo di quanto spendono nel mercato domestico. Ma la maggiore disponibilità di spesa su un certo tipo di superfluo accessibile è determinata anche da un altro fattore: un po’ come avviene pure in Italia, i giapponesi hanno nel tempo sempre più rimandato l’età del matrimonio con la conseguenza di rimanere spesso a casa coi genitori anche passati i 30 anni.
Essendo quindi di fatto a carico delle famiglie di provenienza, questi “single parassiti” possono destinare in tutta libertà gran parte del proprio reddito a spese voluttuarie. Spese che - data l’età e lo status di celibi dei diretti interessati - sono per lo più mirate alla “valorizzazione” sociale del sé. A dire il vero, qualche osservatore più pessimista ravvede in tali comportamenti edonistici anche un segnale di strisciante disperazione: i giovani-adulti dell’Arcipelago non avrebbero più fiducia nel futuro e solo gli acquisti cospicui consentirebbero una parvenza di sogno. Ma la questione potrebbe trascendere il fattore generazionale. Masanobu Sugasuke, direttore della rivista Invitation (stili di vita e dintorni), più in generale sostiene che sono anche i tempi economicamente più difficili a spingere i consumatori a desiderare, a mo’ di consolazione, “almeno un prodotto davvero fuori dall’ordinario”.
Se
per alcuni anni si è avvertita, come sostiene qualcuno, una revisione
al ribasso della spesa (downshifting), questa è stata comunque di modesta
portata. E ciò proprio perché il lusso sembra oramai far parte,
in maniera strutturale, dei bisogni di un buon numero di giapponesi. Certo,
quanto sopra non significa che l’orientamento al lusso non possa in futuro
subire duri colpi, anzi a pensarlo non sono in pochi. Le minacce, infatti,
abbondano.
Il Giappone resta innanzitutto un Paese fortemente indebitato o con ingenti passività ancora da esplicitare (Stato, sistema pensionistico, banche). Gli stessi giapponesi, a suo tempo annoverati come “le formichine del mondo” per il loro tasso di risparmio del 20%, sono oggi arrivati ad attestarsi sul 6%. Accanto ad aziende e settori, per lo più orientati all’export, che figurano tra i più competitivi su scala internazionale, se ne contano altri protetti e che sono fonte di forti inefficienze. Tra queste vanno segnalati i numerosi casi di impiego fittizio, che contribuiscono a tenere sotto controllo un tasso di disoccupazione ufficiale, sempre comunque prossimo ai suoi massimi storici (5,2-5,3%). E’ quindi difficile pensare che i giapponesi potranno mantenere lo stesso tenore di vita se certi nodi cruciali non verranno presto affrontati e risolti. Per fortuna, qualche analista finanziario più ottimista sostiene che la sua crisi economica il Giappone l’abbia già scontata.
LE REGOLE ASSICURATIVE
PER CHI OPERA IN GIAPPONE
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In un recente dossier intitolato “The
Japan Paradox”, viene sottolineato
come il Giappone offra alle pmi europee regole trasparenti di competizione
e sia una grande vetrina alla quale, tuttavia, non ci si possa affacciare senza
la dovuta competenza.Molte aziende italiane hanno imparato ad approcciare bene
il Giappone grazie alle qualità dei manager italiani che guidano le
aziende in terra nipponica. Alcuni di queste, da una presenza indiretta sono
arrivate a scegliere una presenza diretta nel Paese.
Una delle cose di
cui i manager italiani tengono conto è che in Giappone
non bisogna dare nulla per scontato. Come in campo legale, per esempio. Un
contratto è percepito quasi come un promemoria che può essere
concepito con una certa elasticità interpretativa dal contraente nipponico.
Il
rapporto tra manager italiani e giapponesi talvolta è ancora
caratterizzato,
da parte italiana, dal terrore di essere copiati. Per l’imprenditore
italiano che si affacci per la prima volta in Giappone con un prodotto ad alto
valore aggiunto di immagine, è prioritario registrare il marchio. Il
procedimento è piuttosto lungo, richiede
circa un anno.La tutela dei marchi è diversa rispetto all’Italia:
in Giappone non si privilegia chi per primo ha utilizzato il marchio ma chi
per primo lo ha registrato.
Da
un punto di vista commerciale, studiare il Paese, documentarsi è imperativo
per chi voglia fare business, ma gli italiani non sempre sembrano percepirlo.
In Giappone il “life timeemployement” non è mai esistito,
se non per una parte delle aziende giapponesi. E anche fra queste è ormai
un concetto in totale declino.
Molti manager nipponici ora sono anche donne
e si stanno affermando per stile e professionalità. Nel settore moda,
molte fashion house italiane hanno compreso che non è più giusto
e non paga più vendere “al
Giappone”. È ora il momento, più che mai, di vendere “in
Giappone”. Si affittano, o addirittura acquistano, “prime location” in
diretta concorrenza con le case di moda giapponesi e internazionali, senza
alcun timore.
Da questo punto di vista, si può senz’altro dire che il rapporto italo-giapponese sia migliorato nella qualità, con una più avanzata e diretta reciproca conoscenza. Ma c’è ancora molta strada da percorrere. Gli italiani non utilizzano appieno le opportunità offerte. Le stesse aziende giapponesi conoscono l’Italia ancora, nella maggior parte dei casi, attraverso la mediazione delle grandi trading company, che in questa opera di mediazione culturale hanno assolto nel tempo un ruolo importantissimo. Anche utilizzando le opportunità comunitarie, è tempo che le aziende italiane, soprattutto le pmi, operino sul mercato nipponico direttamente. Ci sono, sia in Italia che in Giappone, zone interessanti industrialmente, ancora non ben conosciute nell’altro Paese.
| JEM (Junior Managers Exchange Program) Tipologia di intervento - Corsi per giovani manager - Asia e Sud Est asiatico (Asean). Programma pilota d'interscambio di giovani manager asiatici ed europei e stage in impresa di 6 mesi, nei settori del commercio, distribuzione, trasporto, sistemi elettronici, energia e ambiente A chi rivolgersi - Junior Eu-Asean Managers exchange programme, Jem Programme Office Europe, Rue du Trone 51, B-1050 Brussels (Belgium), Fax 0032-2-5120197/ 5121651 ETP Giappone (Executive Training Programme) Tipologia di intervento - Corsi per manager - Il programma prevede 18 mesi di formazione in Giappone (12 mesi di corso di lingua intensivo e 6 mesi di stage in imprese giapponesi). A chi rivolgersi - European Commission DG External Relation Unit for Japan, Rue de la Loi 200, 1049 Brussels (Belgium), Fax 0032-2- 2990599 / SHL Italy, Via Tevere 44, 00198 Roma, Fax 06-8841025, etp.italy @shlgroup.com Sito internet www.etp.org oppure anche la Camera di commercio italiana in Giappone fax 0081-3- 35601105 che partecipa al programma di training europeo Jmec, il quale sviluppa ricerche di mercato commissionate da società sia europee che giapponesi. EXPROM Tipologia di intervento - Programma per la promozione delle esportazioni verso il Giappone organizzato congiuntamente dalla DG Relazioni esterne della Commissione europea e dalla Delegazione Cee a Tokyo. Una ulteriore assistenza è fornitaì dal sottocomitato consultivo per la promozione delle esportazioni dell’European Business Council di Tokyo, di cui fanno parte i rappresentanti delle aziende europee presenti in Giappone. Sin dal 1979 la Commissione aiuta attivamente le imprese europee a penetrare nel mercato giapponese. A chi rivolgersi - Commissione delle Comunità Europee Fax 0032-2- 2959723 - 2962724 - 2960423; Delegazione Comunità economica europea in Giappone, Commissione delle Comunità europee, Tokyo Fax 0081-3-2615194 | JEU Gateway to
Japan Tipologia di intervento - Offre un sostegno finanziario e commerciale di marketing alle imprese interessate al mercato giapponese e per promuovere, al tempo stesso, le esportazioni comunitarie. A chi rivolgersi - per Gateway to Japan la modulistica è richiedibile al sito Internet www.eu-gateway-to-japan. be HRTP Japan Industry Insight Tipologia di intervento - Questo programma di quattro o di undici settimane offre un'approfondita visione integrata della struttura industriale e delle prassi commerciali giapponesi, dando a dirigenti dell'Unione europea l'opportunità unica di sperimentare e comprendere i fattori sia culturali sia economici che definiscono e spiegano i successi del Giappone nel settore degli affari e della tecnologia. Le conoscenze acquisite nel corso di questo programma saranno estremamente utili alle imprese che hanno o desiderano avere rapporti d'affari con il Giappone. A chi rivolgersi - Sito internet http://www.eujapan.com L’Eu-Japan Centre è un ente non profit che oltre ai corsi di formazione per manager quali Hrtp organizza missioni di due settimane per manager europei in vari ambiti (marketing, produzione, distribuzione, business practice e così via) promossi in collaborazione con la Commissione europea e il Meti (Ministry of Economy, trade and Industry of Japan). |

