Dal Mondo Economico
Giovanni Atti per Espansione
in collaborazione con Espansione
Inchiesta Mercati: Cina, il futuro del lusso abita qui.
Entro 10 anni, i potenziali acquirenti dei prodotti d'alta gamma saranno 100 milioni.
Secondo diversi osservatori, i consumatori cinesi che entro
10 anni raggiungeranno un reddito con potere d’acquisto equiparabile
ad almeno 80mila euro annui potrebbero essere 100 milioni.
E, con un tasso di crescita medio del 6%, contro
il 3% degli USA, nel 2020 l’economia cinese dovrebbe superare quella
americana.
Se
tutto andrà secondo i pronostici migliori, una massa enorme
di persone continuerà a passare dalla bicicletta, o dall’utilitaria,
agli agi di costose quattroruote - e non solo. «Si tratta di nouveaux
riches»,
commenta Agostino Ropolo, amministratore delegato di Lvmh fashion group Italia, «che,
considerato che non lo hanno mai fatto prima, saranno tanto più interessati
a familiarizzare con i consumi dell’affluenza».
«Gli investimenti devono essere di lungo periodo e questi sono gli anni della semina», esorta Claire Kent, analista di Morgan Stanley specializzata nel settore lusso. Come è poi pronto ad affermare più di un addetto ai lavori, in Cina è ancora il momento del brand building, a maggior ragione se si tiene conto che la percezione della qualità reale dei prodotti è limitata a una ristretta élite. Armando Branchini, segretario generale di Altagamma (l’associazione che accomuna una cinquantina di produttori italiani di eccellenza in diversi settori) sostiene che nel mercato sia importante fare opera di educazione al gusto e alla capacità di discernere. «Se è vero che in Cina le marche sono oggetto di culto», spiega il rappresentante di Altagamma, che per tre anni ha portato avanti un progetto pilota a Dalian e che presto darà vita a iniziative retail a Shanghai e a Hangzhou, «è anche vero che i consumatori non sanno selezionarle. Ne deriva che il brand Giordano (insegna casual di Hong-Kong abbastanza simile a Benetton, ndr) può avere lo stesso vissuto di un Prada o di un Versace». A causare questa immaturità della domanda ha storicamente contribuito le scarsità dei viaggi all’estero da parte dei cinesi, anche per limitazioni legali. A breve però questi vincoli dovrebbero essere resi meno stretti. E quindi i cinesi, viaggiando, potranno comprendere meglio le gerarchie del mondo del lusso.
A sbarcare per primo in Cina, all’inizio
degli anni ’90, da vero
pioniere, era stato Ermenegildo Zegna, seguito di lì a poco dai marchi
Louis Vuitton, Ferragamo e Rolex, tutti con propri punti vendita diretti.
Poi hanno fatto la loro comparsa altre griffe quali Prada, Gucci, Tiffany.
Di questi ultimissimi tempi è invece la volta dell’esordio di
Bulgari, Tod’s
e Armani.
Oramai si può dire che quasi tutti i grandi marchi mondiali
del lusso hanno fatto il salto da una presenza nel solo avamposto di Hong-Kong
a una nel cuore del Paese, spesso con uno store monomarca. Alcuni, a cominciare
da Zegna (con all’attivo una rete di decine di punti vendita), di proprie
bandierine sul territorio ne hanno conficcate numerose.
Non sorprende quindi
che qualche operatore, sulla base della quantità complessiva
delle aperture, ritenga che il mercato cinese del lusso sia per dimensione
già prossimo a quello italiano.
Naturalmente non è così,
o almeno non ancora. Il solo dato dei monomarca è ingannevole. E questo
soprattutto per due ragioni: in primo luogo perché in Cina essi rappresentano
la tipologia prevalente di sbocco distributivo; e secondariamente perché i
ricavi medi per singola unità restano
relativamente bassi.
- Prime 10 città più competitive: Hong Kong, Taipei, Shanghai, Shenzhen, Beijing, Guanzhou, Macao, Tianjin, Nanjing e Suzhou.
- Città a maggior potenziale: Shanghai, Suzhou, Shenzhen, Beijing, Hong Kong, Taipei, Guangzhou, Qingdao, Dongguan e Hangzhou.
- Forme di collaborazione maggiormente diffuse:
- Società cinese a capitale straniero (uno o più partner occidentali rilevano fabbricati e impianti lasciando la gestione a management e maestranze cinesi);
- Joint-venture produttiva ( l’impresa occidentale mette a disposizione il know-how e utilizza il partner cinese per la realizzazione dei manufatti);
- Equity joint-venture (partner cinese e occidentale controllano il pacchetto azionario);
- Contractual Venture (ipartner danno luogo a una relazione contrattuale senza scambio di pacchetti azionari).
- Le equity joint-venture sono le più diffuse, seguono le contractual
venture, società cinesi a capitale straniero, e joint-venture produttive.
(fonte istituto cinese per la competitività)
.. E PUNTI DI FORZA ...
Qualità e costo lavoro
L’industria cinese copre un’ampia
gamma di prodotti e il suo obiettivo è l’eccellenza
a livello mondiale. Inoltre, in Cina un operaio lavora 2.370 ore l’anno,
contro le 1.670 di un italiano e il costo medio orario è di € 1,20
rispetto i € 13 dell’Italia e i € 20 degli USA.
Sviluppo
industriale pianificato
La Cina ha realizzato 7 grandi zone industriali, sinergiche
tra loro. Ciascuna di esse dispone di particolari connotazioni e vantaggi
competitivi. I settori di punta sono l’elettronica e le tlc: i suoi
230 milioni di cellulari made in China e i circa 70 milioni di internauti
guidano le classifiche mondiali.
Potere d’acquisto
Già oggi il Pil della Cina, misurato sulla base
della parità del
potere d’acquisto con i principali paesi industrializzati, è secondo
solo agli USA.
... E 10 REGOLE DA SEGUIRE PER INVESTIRE IN CINA
Comunque, anche se in misura minore rispetto a quanto i
negozi diretti d
elle griffe indurrebbero a pensare, la Cina è già effettivamente
un importante mercato del lusso. E se non sono disponibili dati ufficiali
sul giro d’affari, non mancano altri riferimenti per cercare di darne
un ordine di grandezza.
Claire Kent, analista di Morgan Stanley, valuta per
esempio che attualmente, per capacità di spesa, i potenziali acquirenti
siano poco più dell’1%
della popolazione, vale a dire 13-14 milioni di individui. Ovviamente non
tutti comprano e presumibilmente chi compra spende meno, in media, di quanto
avvenga in Occidente e in Giappone. Bisogna aggiungere che molti cinesi effettuano
ancora oggi molti acquisti a Hong-Kong, sebbene sia in parte vero anche il
contrario: che in Cina il lusso stia decollando anche grazie alle comunità residenti
estere, con maggiori disponibilità di quelle locali.Basti pensare
che a Shanghai i taiwanesi sono oltre 800mila e gli originari di Hong-Kong
circa mezzo milione.
In termini di storie aziendali, i due “campioni” del mercato
sono Ermenegildo Zegna e Louis Vuitton.
Il primo fattura in Cina circa il 12% dei
propri ricavi complessivi; il secondo, che può contare su una decina
di monomarca, il 7-8%.
Difficile, però, per quasi tutti gli altri player
occidentali fare altrettanto. Per esempio Gucci ed Hermès si collocano
sul 3%, un dato secondo Espansione di poco inferiore al peso del mercato
cinese nel mondo, e questo considerando nel lusso i pi
ù tradizionali
beni di consumo. Il che però può secondo alcuni rivelarsi una
valutazione prudente.
Il Boston Consulting Group arriva così ad azzardare un’incidenza
del 5%, più o meno analoga a quella della Russia.
10 REGOLE DA SEGUIRE PER INVESTIRE IN CINA
1° Mettersi in contatto con imprese occidentali che
hanno realizzato joint-venture in loco per capire difficoltà, ostacoli
incontrati e best practice adottate.
2° Stabilire e mantenere buoni rapporti con autorità centrali
e locali. Le grandi iniziative richiedono l’approvazione delle
prime, mentre quelle di minor conto e le pratiche di routine dipendono
da quelli locali spesso cosìpotenti da contrastare le decisioni
centrali.
3° Fare verifiche e controlli incrociati per
accertare a chi competa il rilascio delle approvazioni formali.
Sovrapposizioni e contrapposizioni di responsabilità sono
usuali. Le decisioni di finanziamento delle banche sono spesso
legate ai pareri espressi dagli amministratori locali.
4° Nonostante l’ingresso nel Wto,
persistono forme indirette di protezionismo delle imprese locali
(maggiore rispetto dell’impresa straniera per leggi e disposizioni,
rigidi criteri di registrazione, concessione licenze e processi
di m&a).
5° Non sottovalutare la concorrenza locale
e straniera. Contraffazione di marchi e proprietà intellettuale
sono diffusi. Il sistema legale cinese è basato sul principio
della “colpevolezza salvo dimostrazione del contrario”.
6° Assicurarsi che l’azienda del
partner potenziale sia legalmente costituita e registrata e
che il suo statuto comprenda il tipo di cooperazione proposta.
Verificare l’effettiva esistenza di un budget per il
business in questione, solvibilità finanziaria del potenziale
partner e l’esistenza di un effettivo portafoglio ordini.
Non dare per scontato che sappia fare ciò che dice.
7° Essere flessibili e disponibili ad
analizzare modus operandi diversi da quellioccidentali. I cinesi
hanno un concetto del tempo molto diverso dal nostro e il perseguimento
del successo dipende dal grado di pazienza che si mette in
essere.
8° Stabilire rapporti personali con chi
detiene il potere e capire chi è veramente in grado
di prendere decisioni (direttore generale, segretario del partito,
il sindaco). L’invito al ristorante rappresenta un modo
classico per stabilire buoni rapporti. Deve trattarsi però di
un “banchetto” e non di un semplice pranzo o cena,
organizzato in una sala privata di ristorante o albergo. Forma
e usi locali sono particolarmente importanti. Saranno loro
a stabilire i posti a tavola e chi più conta si accomoderà per
primo. Cercare di facilitare il consenso o strappare informazioni
abbondando in libagioni, può essere pericoloso: sono
maestri in materia e sanno condurre il gioco.
9° Essere pragmatici e non vantarsi dei
risparmi conseguibili attraverso la joint. La stipula dell’accordo
formale rappresenta solo l’inizio di un lungo cammino.
Ogni alleanza strategica dev’essere giocata sul lungo
periodo e caratterizzata da fiducia, vantaggi reciproci, suddivisione
di informazioni e rischi, approccio risolutivo ai problemi
e adattamenti alle condizioni dinamiche del mercato. La mancanza
di supporto reciproco e comunanza di obiettivi porta al fallimento
di ogni iniziativa.
10° Il partner sbagliato è colui
che usa tecnologie obsolete e idee scarsamente innovative,
non segue il medesimo indirizzo strategico e ha uno stile manageriale
molto diverso. I partner devono condividere informazione necessaria
a perseguire gli obiettivi dell’alleanza e stabilire
un adeguato network informativo.
10 REGOLE DA SEGUIRE PER INVESTIRE IN CINA
1° Mettersi in contatto con imprese occidentali che
hanno realizzato joint-venture in loco per capire difficoltà, ostacoli
incontrati e best practice adottate.
2° Stabilire e mantenere buoni rapporti con autorità centrali
e locali. Le grandi iniziative richiedono l’approvazione delle
prime, mentre quelle di minor conto e le pratiche di routine dipendono
da quelli locali spesso cosìpotenti da contrastare le decisioni
centrali.
3° Fare verifiche e controlli incrociati per
accertare a chi competa il rilascio delle approvazioni formali. Sovrapposizioni
e contrapposizioni di responsabilità sono usuali. Le decisioni
di finanziamento delle banche sono spesso legate ai pareri espressi
dagli amministratori locali.
4° Nonostante l’ingresso nel Wto,
persistono forme indirette di protezionismo delle imprese locali
(maggiore rispetto dell’impresa straniera per leggi e
disposizioni, rigidi criteri di registrazione, concessione
licenze e processi di m&a).
5° Non sottovalutare la concorrenza
locale e straniera. Contraffazione di marchi e proprietà intellettuale
sono diffusi. Il sistema legale cinese è basato sul
principio della “colpevolezza salvo dimostrazione del
contrario”.
6° Assicurarsi che l’azienda del
partner potenziale sia legalmente costituita e registrata
e che il suo statuto comprenda il tipo di cooperazione proposta.
Verificare l’effettiva esistenza di un budget per il
business in questione, solvibilità finanziaria del
potenziale partner e l’esistenza di un effettivo portafoglio
ordini. Non dare per scontato che sappia fare ciò che
dice.
7° Essere flessibili e disponibili
ad analizzare modus operandi diversi da quellioccidentali.
I cinesi hanno un concetto del tempo molto diverso dal
nostro e il perseguimento del successo dipende dal grado
di pazienza che si mette in essere.
8° Stabilire rapporti personali con
chi detiene il potere e capire chi è veramente in
grado di prendere decisioni (direttore generale, segretario
del partito, il sindaco). L’invito al ristorante
rappresenta un modo classico per stabilire buoni rapporti.
Deve trattarsi però di un “banchetto” e
non di un semplice pranzo o cena, organizzato in una sala
privata di ristorante o albergo. Forma e usi locali sono
particolarmente importanti. Saranno loro a stabilire i
posti a tavola e chi più conta si accomoderà per
primo. Cercare di facilitare il consenso o strappare informazioni
abbondando in libagioni, può essere pericoloso:
sono maestri in materia e sanno condurre il gioco.
9° Essere pragmatici e non vantarsi
dei risparmi conseguibili attraverso la joint. La stipula
dell’accordo formale rappresenta solo l’inizio
di un lungo cammino. Ogni alleanza strategica dev’essere
giocata sul lungo periodo e caratterizzata da fiducia,
vantaggi reciproci, suddivisione di informazioni e rischi,
approccio risolutivo ai problemi e adattamenti alle condizioni
dinamiche del mercato. La mancanza di supporto reciproco
e comunanza di obiettivi porta al fallimento di ogni iniziativa.
10° Il partner sbagliato è colui
che usa tecnologie obsolete e idee scarsamente innovative,
non segue il medesimo indirizzo strategico e ha uno stile
manageriale molto diverso. I partner devono condividere
informazione necessaria a perseguire gli obiettivi dell’alleanza
e stabilire un adeguato network informativo.
Tutto ciò detto, vale per il lusso in Cina quel che vale per molti altri settori: le prospettive. Ebbene, già sembra che ogni anno le vendite aumentino - e non di poco. E’ poi un segnale coerente che Hong-Kong, come meta dello shopping cospicuo dal continente, continui a tirare, non solo e non tanto perché dall’anno scorso i cinesi possono effettuare visite individuali (sicché nel 2004, con un +40%, i mainlander escursionisti nell’ex colonia britannica saranno 11 milioni), ma pure perché per entità degli acquisti individuali molti di loro sono ormai considerati alla stregua dei giapponesi.
A favore dell’interesse dei marketer per
il Paese giocano poi altri fattori, socio-demografici e di atteggiamento
di consumo. Sul primo versante, l’attenzione va ai giovani adulti, con
istruzione superiore, delle grandi città, che rappresentano la prima
generazione di figli unici (tali per decreto amministrativo dalla fine degli
anni ’70),
coccolati ancora oggi dai genitori e, per di più, per buona parte
della loro vita circondati da una relativa agiatezza. Sono loro che al primo
lavoro, con i soldi propri e quelli ricevuti dalla famiglia, ignorano la
caratteristica propensione al risparmio del Far East per darsi alla spesa
disinvolta, includendo quindi anche lo “sfizio” dell’articolo
più pregiato.
E per non dover fare sacrifici, in molti, sia uomini che donne, dichiarano
di non voler avere figli prima dei 30 anni.
Per quanto riguarda invece le
modalità di approccio ai consumi, questi
sembrano già ricalcare molto da vicino quelli dell’Oriente “emerso”,
che per le aziende occidentali ha rappresentato un’ininterrotta storia
di successi. La fascinazione per i marchi, soprattutto se cosmopoliti, il trasporto
nel seguire le mode e il debole per gli status symbol- i cinesi apprezzano
molto le griffe sui polsini delle camicie e spesso non levano le etichette
dalle maniche degli abiti - non fanno che deporre a favore di questa tesi.
Se
comunque si può affermare che nel mercato del lusso in Cina c’è un
segmento già chiaramente vincente - ed Ermenegildo Zegna lo dimostra
- questo è quello dell’abbigliamento maschile. «Gli uomini
cinesi identificano l’abbigliamento occidentale con quello formale
elegante e in più, rispetto alle donne, godono di disponibilità economiche
molto superiori», spiega Ropolo. Non solo: «negli incontri d’affari
c’è sempre più bisogno di presentarsi in un certo modo,
nel qual caso il vestire internazionale si rivela un segno distintivo»,
aggiunge Branchini, «senza poi contare che le occasioni sociali per
le coppie sono ancora poche».
La convinzione diffusa è però che
per le donne cinesi un analogo appuntamento con il lusso sia solo rimandato.


