Dal Mondo Economico
in collaborazione con Espansione
HA ANCORA SENSO PRODURRE LOCALMENTE?
GLOBALIZZAZIONE E DELOCALIZZAZIONE:
QUALI POSSIBILITÀ PER LE
PMI 1
Sempre più frenetica è la corsa delle aziende per acquistare o far produrre all’estero. I prezzi in Cina, Estremo Oriente o Sud America sono senza dubbio più bassi, ma non si può pensare di rivolgersi direttamente ai produttori locali se non per quantità di particolare rilievo. Grandi quantità tutt’altro che trascurabili. Se è vero che international sourcing e delocalizzazioni sono convenienti solo per grandi quantità e per imprese che dispongono di personale con esperienze specifiche, cosa possono e devono fare le Pmi?
È emerso che spostare la produzione nei Paesi dal costo del lavoro
più basso è solo uno degli aspetti della globalizzazione, che
va sotto il nome di “deindustrializzazione”. Altri aspetti che
caratterizzano la globalizzazione sono la “liberalizzazione dei mercati”,
che costringe le imprese a competere con nuovi e sconosciuti protagonisti planetari,
e la “deregulation”, che indica quelle che sono le regole del gioco
in corso.
Sulla deindustrializzazione è evidente che chi ne trae maggiore vantaggio sono le grandi aziende che hanno ingenti quantità produttive, con valori elevati del costo del lavoro, prime fra tutte le multinazionali. Anche sotto l’aspetto della liberalizzazione dei mercati le Pmi partono svantaggiate di fronte all’attivismo industriale dei competitor più grandi.
La deregulation richiede delle flessibilità operative che le Pmi per definizione hanno, ma richiede anche una grande capacità di raccogliere informazioni per poter riposizionare le decisioni strategiche che non sempre sono in grado di mettere in campo.
Le Pmi dovrebbero essere più “glocal”, cioè avere
un pensiero globale e una azione locale. Come afferma Paolo
Giovannini, presidente
del corso di laurea in Scienze sociali dell’Università di
Firenze,
mentre internazionalizzare significa scegliere e farsi scegliere, rispettare
le diversità e utilizzarle al meglio, globalizzare significa ricercare
una omologazione culturale imposta o subita che prelude ad esempio a invasività (la
più clamorosa, quella ambientale che viene contrastata dalle intenzioni
del protocollo di Kyoto); demografia esplosiva (i più poveri hanno più figli
dei ricchi e più spinte aggressive); immigrazione planetaria (tutti
si spostano verso luoghi dove esiste sp
eranza di vita e le protezioni divengono
insufficienti ed eludibili); terrorismo globale (tutti a rischio in prima linea).
Secondo il parere di Giovanni Atti, presidente di Adaci – Associazione
Italiana di Management degli Approvigionamenti -
battere Paesi come la Cina è impensabile e bisogna dunque muoversi in
settori di nicchia dove i numeri (quantità) sono più bassi e
dove non albergano gli insaziabili appetiti delle multinazionali.
Si tratta di creare una migliore
correlazione tra mondo universitario, istituti di ricerca, imprese e Istituto
del Commercio Estero per far sì che i
frutti della ricerca diventino valore aggiunto per le nostre imprese e l’Ice
organizzi e supporti in modo più completo l’export dei nostri
prodotti.

