Osservatorio Assiteca


I settori italiani in sintesi


In collaborazione con Espansione
A cura di Giovanni Centola

Calzature

barometro
Continua il pessimo momento del settore calzaturiero, che non si può ormai definire solo congiunturale. Se si esclude un mercato interno quasi del tutto fermo, i “mali” per il made in Italy si identificano praticamente con il commercio internazionale, da diversi anni in continua e vistosa china discendente. Effettuando una proiezione sui dati Istat dei primi 11 mesi, nel 2005 le esportazioni sono state pari a 245 milioni di paia, equivalenti a un -11,5% sul 2004 e a una perdita di circa un terzo rispetto al 2000; per contro, le importazioni sono lievitate a 320 milioni, segnando un +6% sul 2004 e quasi raddoppio sempre sul 2000. Nell’arco di pochi anni si è realizzata di fatto un’inversione dei volumi in entrata e in uscita.

3,2 miliardi

Probabile avanzo commerciale italiano per il 2005 (-13%)

Va segnalato che, considerati i notevoli differenziali nei valori unitari delle scarpe, in termini monetari il vantaggio italiano resta: 5,7 miliardi di export per i primi 11 mesi del 2005 (-1,8%) contro i 2,6 miliardi dell’import (+15,9%). Insomma, l’avanzo commerciale è saldo. Ma anche qui, evidentemente, la tendenza al deterioramento – soprattutto nelle pelli-cuoio - di uno dei tradizionali settori di punta del manifatturiero italiano è inequivocabile e di forte impatto, forse più sulle sue prospettive che nei fatturati di settore (-9%). Secondo le dichiarazioni di Anci (Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani), nel 2005 avrebbero chiuso i battenti 564 calzaturifici dei 12.500 operanti in Italia, con in parallelo una perdita di 6mila posti di lavoro.

0,3%

Evoluzione del mercatro italiano in termini di paia di paia vendute (+1,4% a valore)

La minaccia arriva come sempre nel recente passato dall’Asia, e in particolare dalla Cina (in volumi +27%), alla quale si deve ormai oltre la metà delle importazioni, e in subordine al Vietnam. Non a caso, già dai passati anni, le insistite proteste “anti-dunping” in sede istituzionale Ue dei produttori continentali e in particolare italiani si sono rivolte soprattutto verso queste due aree di provenienza. Ed è cronaca recente la decisione del commissario al Commercio Peter Mandelson di introdurre da aprile 2006, nei confronti di Cina e di Vietnam, dei dazi all’importazione in misura graduale fino a settembre: grossomodo partendo da un 4-5%, fino ad arrivare a un 17-19%. Si tratta di una buona ragione per tirare almeno quest’anno un sospiro di sollievo.

Tuttavia va detto che tali misure sembrano scontentare un po’ tutti: ovviamente i cinesi e i vietnamiti, comprensibilmente gli importatori e i distributori europei (sospettati peraltro di effettuare sulle scarpe sostanziosissimi ricarichi) e gli stessi produttori europei. Che dei dazi giudicano inadeguata l’entità – in molti avrebbero auspicato almeno un 30% - e non solo. “Se l’esistenza del dumping è stata accertata”, dice il presidente di Anci Rossano Soldini, “dovrebbero essere introdotti da subito i dazi compensativi ritenuti proporzionati al dumping accertato, di modo da ripristinare immediatamente la legalità”. Un’altra lamentela riguarda l’esclusione dai dazi delle calzature da bambino (fino al numero 37 e mezzo) e delle cosiddette Staf (Scarpe sportive con accorgimenti tecnici), che di fatto esentano dal dazio circa il 42% delle calzature importate dalla Cina. Si aggiunga che in sede Ue, Anci si è anche molto battuta per l’etichettatura di origine obbligatoria dei prodotti, senza però per adesso ottenere alcun risultato.

7 miliardi circa

Calore complessivo della produzione (-9%)

Che l’Italia non sia più produttivamente competitiva, almeno nei costi e fatti salvi alcuni ambiti di nicchia, è un fatto risaputo. Ciò del resto ha spinto da diversi anni molti imprenditori italiani a correre ai ripari, delocalizzando e terziarizzando una parte o tutta la loro produzione (non è un segreto che questo avvenga anche per le calzature di fascia alta). Il fenomeno non è quantificabile con esattezza, ma è significativo che quasi il 20% del nostro import provenga da Paesi, per il momento ancora competitivi, quali Romania, Bulgaria e Tunisia, con i quali il calzaturiero italiano intrattiene intensi rapporti (l’effettiva delocalizzazione/terziarizzazione forse supera il 30%). “Nel calzaturiero è solo una questione di tempo prima che la Cina”, ha scritto il mese scorso l’Economist in un lungo articolo, “schiacci del tutto i Paesi occidentali – Italia in testa – grazie ai i suoi bassi costi della mano d’opera e ai suoi sempre migliori skill produttivi”.

 

 

mercati

ripartizione dell export

ripartizione dell'imports

 

 

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