Dal Mondo Economico

 


In collaborazione con Espansione

Sintesi tratta dall’articolo di Giovanni Centola

I costi sociali dei prodotti low cost

In un’ampia area grigia di relativa discrezionalità d’azione, le aziende del mondo economicamente evoluto si ritrovano spesso a doversi confrontare con la propria coscienza. Anche le meglio intenzionate possono trovarsi di fronte ad alcuni dilemmi morali di non sempre facile risoluzione e non manca, comunque ci si comporti, la possibilità di prestare il fianco ad ambiguità: sta però a loro, singolarmente, dettare le proprie condotte, e questo coinvolgendo la filiera di tutti i fornitori.
1Idealmente, si potrebbe dire, le imprese estere non dovrebbero fare (o tollerare) nel mondo emergente quello che non farebbero nel proprio Paese. Trattandosi di andare al di là dei requisiti normativi locali, nella maggioranza dei casi queste imprese sono chiamate a esprimere una vera e propria politica di Csr.
Esempi? Basterebbe, per cominciare, avere (o esigere) nei Paesi terzi gli stessi scrupoli in fatto di sicurezza del lavoro e di rispetto dell’ambiente che si hanno in Occidente.
Elio Borgonovi, professore alla Bocconi di Economia delle amministrazioni pubbliche, sottolinea l’importanza per le imprese di non passare da una delocalizzazione all’altra, nella ricerca di costi produttivi sempre più ridotti, con una visione solo utilitaristica usa e getta, «mancando di fare in modo di lasciare qualcosa alle realtà abbandonate, per esempio investimenti in formazione». Gli stessi salari dovrebbero essere almeno di un po’ superiori a quelli minimi di legge e nel caso, perché no, anche a quelli minimi di mercato.

E' intuibile come per le aziende, in particolare le più grandi, la sola volontà a ben operare non sia sufficiente per garantire i risultati. A tal fine sono in molte a dotarsi di linee guida o di codici etici da applicare ovunque nel mondo, e alcune di esse cercano davvero di fare in modo che siano rispettati. «Con audit, controlli e procedure estese di corporate assurance», nota Gloria Zavatta, partner della società Erm (consulenza su temi sociali e ambientali) «in questi ultimi anni le multinazionali più virtuose di passi in avanti ne hanno certamente fatti (Bp, Gsk, Rio Tinto)». Altre aziende, come è stato di recente nel caso del produttore italiano di poltrone Decoro, sono invece arrivate a realizzare audit sull’onda di eventi che non è stato possibile far passare sotto silenzio. Nel caso specifico si è trattato, nel Guandong, di un’aggressione di alcuni operai licenziati nei confronti del management, dopo una discussione sui salari.

Italiani brava gente?    

Se fino all’anno scorso le aziende certificate Sa8000 erano nel mondo circa 770, può forse sorprendere che né quelle indiane (111) né quelle cinesi (106) si siano classificate al primo posto. Ma sorprende ancora di più apprendere che prima di indiani e cinesi, per numero rispettivamente secondi e terzi, quel primo posto sia occupato dagli italiani, con all’attivo ben 260 certificazioni.
Il dato va ovviamente interpretato. Se si considera che, almeno nell’economia emersa, le peggiori condizioni di lavoro in violazione dei diritti umani sono in Italia pressoché inesistenti, ecco che esso non può che andare a riflettere esigenze di natura soprattutto formale.
A cominciare dalla Regione Toscana alla fine degli anni Novanta, sono in effetti diverse le amministrazioni pubbliche che nel concedere appalti nei bandi di gara richiedono ai propri fornitori il requisito della certificazione Sa8000.
«Fino a oggi in Italia, nella richiesta di certificazioni, ha un po’ influito l’effetto-moda», riconosce non a caso Marina Piloni di Sgs. Per contro non sono molte, tra le certificate Sa8000, le aziende - per esempio del tessile e del calzaturiero - che, nel caso sempre più frequente di delocalizzazioni o di approvvigionamenti in Paesi in via di sviluppo, più delle altre dovrebbero avere una ragione sostanziale per dissipare possibili ombre.
Eppure, a dispetto di quanto precede, non si può del tutto disconoscere che in più casi nelle imprese italiane emergano anche principi genuini.
Secondo sempre Piloni, nella buona predisposizione in Italia delle aziende nei confronti delle condizioni di lavoro esercitano un peso la «forte caratterizzazione famigliare delle imprese e la lunga eredità di presenza sindacale». E questo sembra giocare anche quando gli imprenditori vanno a produrre all’estero.
Che in Italia il tema sia e resti molto d’attualità lo confermano del resto le conclusioni dell’ultimo Multistakeholder forum promosso dal ministero del Welfare, tenutosi a Roma il 20 dicembre. Tra i 2- 3 punti più importanti è infatti emersa l’esigenza di non abbassare la guardia sulle condizioni di lavoro nel mondo emergente, sia per il relativo monitoraggio, sia per quanto riguarda la sensibilizzazione degli imprenditori a un approccio il più possibile etico.

I codici etici e i controlli sono comunque implementabili con relativa facilità nei siti produttivi di insediamento diretto, ma lo sono molto meno nella rete, a volte estesissima, di fornitori e sub-fornitori (a questi si deve del resto gran parte degli scandali che hanno fino a oggi colpito le aziende occidentali). In particolare i controlli sono costosi e difficili da effettuare, oltre che a esito incerto. Se è poi condivisibile l’idea di fondo che il rischio di essere colti in flagranza di pratiche riprovevoli li solleciti a migliorare, c’è anche chi sostiene che i fornitori diventino invece sempre più bravi a nascondere. Non solo. La tesi è anche che le ispezioni siano spesso solo formali e che a maggior ragione lascino il più delle volte il tempo che trovano.

Certo, anche solo una manciata di controlli veri, per quanto superficiali, sono meglio che niente. In tema di lavoro e con approccio sistemico, vale a dire comprendente la filiera dei fornitori, possono per le aziende valere le certificazioni indipendenti Sa8000, con principi messi a punto a partire dalla seconda metà degli anni Novanta dal Council on economic priorities accreditation agency (Cepaa) e dal Social accountability international (Sai) sulla base di una serie di convenzioni internazionali, in realtà soprattutto su spinta europea. «Per le imprese la Sa8000 è un tentativo di dimostrare, in risposta alle numerose sollecitazioni che ricevono dall’esterno, che sulla garanzia delle condizioni di lavoro si sta prendendo una posizione», osserva Marina Piloni, responsabile a livello mondiale del servizio per conto della società certificatrice Sgs.
fabbricaQueste certificazioni, che sono a carattere volontario, accertano una serie di requisiti minimi che in quanto tali, in caso di conformità, se possono contribuire a evitare indesiderati scivoloni mediatici, non fanno accedere le aziende committenti a uno status di organizzazioni davvero socialmente responsabili. Da notare che, per quanto in forte crescita, le Sa8000 non costituiscono che qualche secchiello d’acqua nel mare delle realtà produttive.

Un’altra idea che ha nel tempo preso piede, soprattutto nel mondo anglosassone, è quella di verifiche sui fornitori effettuate da più aziende a livello settoriale, in alcuni casi con tanto di relativa associazione (la più nota è la Fair labour association).

Per le aziende più seriamente intenzionate all’irreprensibilità possono poi comunque valere altri accorgimenti. Uno di questi è per esempio quello di selezionare i propri fornitori nelle aree a basso costo della mano d’opera geograficamente confinanti, forse più intelligibili dal punto di vista culturale e senz’altro NORMA SAA8000controllabili con maggiore frequenza (quello che in inglese è stato ribattezzato con il neologismo “nearshoring”, vede pertanto in prima linea il Messico nel caso degli Usa e l’Europa centro-orientale per i Paesi dell’Unione).
Un altro accorgimento è quello di essere comunque certi che le imprese abbiano al loro interno una rappresentanza sindacale, che non sia tale solo formalmente.
Infine può anche valere il “metodo Nike” della trasparenza. A seguire l’esempio di Nike sono state successivamente altre aziende e tra queste Levi Strauss, che come noto, anche a costo di rimetterci, è stata in passato una delle più resistenti all’outsourcing e alle delocalizzazioni.
Al di là dei risultati, se l’attenzione alle problematiche del lavoro è comunque abbastanza diffusa, le preoccupazioni in termini di ricadute ambientali di una globalizzazione incontrollata appaiono al confronto ancora molto ridotte.
Eppure, a livello di ecosistema, gli impatti degenerativi sono tali che in prospettiva riguarderanno direttamente anche i Paesi ricchi.
Come spesso avviene, tuttavia, la questione ambientale non trova precise e numerose controparti, e per comprensibili ragioni le trova ancor meno nel mondo emergente.

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