Dal Mondo Economico

 

Sintesi dell’intervista in esclusiva di Espansione
a cura di Andrea Pancani, con la collaborazione di Chiara Cappelli

Digby Jones,
IL COMANDANTE IN CAPO DEGLI INDUSTRIALI BRITANNICI

Il Montezemolo inglese spiega la ricetta del successo dell’economia britannica: competitività fiscale, flessibilità nel mercato del lavoro e globalizzazione.
Quarantanove anni, esperto di finanza aziendale e sviluppo di servizi al cliente, Digby Jones è da oltre 4 anni, in qualità di General Director, alla guida di Cbi, la potentissima Confederazione dell’industria britannica a cui sono associate le maggiori società quotate alla Borsa di Londra e oltre mille tra piccole e medie imprese. Insomma, è colui che decide la linea politica degli industriali inglesi.

DIGBY JONES
D.: La ripresa economica stenta in Europa. Fa eccezione la Gran Bretagna dove il Pil quest’anno dovrebbe attestarsi tra il 3 e il 3,5% e la disoccupazione sul 3%. È soddisfatto dello stato di salute dell’economia inglese?
R.: Abbiamo un evento che non si verificava da secoli, ovvero la stabilità macroeconomica. Questo significa basso tasso di disoccupazione, inflazione contenuta, tassi di interesse vantaggiosi e una crescita duratura di buona qualità. Tutti questi elementi si sono verificati contemporaneamente e questo non era mai accaduto in Gran Bretagna. Le ragioni di tutto questo si possono riassumere in pochi punti fondamentali. Dal 1997 i governatori della Banca d’Inghilterra hanno avuto l’opportunità di lavorare in modo più indipendente, producendo ottimi risultati nella politica monetaria del Paese. In secondo luogo, i conservatori prima delle elezioni del 1997 non hanno puntato su strategie che abbassassero i tassi per attirare voti, ma si sono concentrati su una politica economica di stabilità, lasciando ai loro successori un’ottima eredità. In seguito i laburisti non hanno cambiato molto di quella politica monetaria.

Questo ha dato solide fondamenta economiche alla nazione che, contemporaneamente, veniva aiutata da una buona situazione internazionale. Bisogna poi considerare che abbiamo le imposte sulle imprese e sulle persone fisiche tra le più basse in Europa e in questo Paese il mercato del lavoro è estremamente flessibile: le imprese non sono vincolate da una legislazione rigida come invece avviene in Francia, Germania o Italia. Da un punto di vista logistico le imprese straniere sono molto più propense a investire da noi, considerando che l’inglese è la lingua della globalizzazione e che consentiamo di investire capitali maggiori che in altri Paesi occidentali. E poi stiamo risanando la nostra economia molto più velocemente non solo di altre nazioni europee ma anche degli Stati Uniti. Evitando il protezionismo e grazie all’eccellente qualità del nostro mercato azionario e dell’industria manifatturiera siamo riusciti a vincere la sfida della globalizzazione. Quindi: competitività fiscale, flessibilità nel mercato del lavoro e globalizzazione hanno creato terreno fertile per una delle economie più floride tra i Paesi occidentali.

D.: L’economia italiana perde competitività anche a causa degli scarsi investimenti nella ricerca, mentre la realtà britannica è diversa. Siete soddisfatti della vostra situazione? Quanto puntate sulla ricerca?
R.: L’80% della ricerca nel nostro Paese è svolto da circa dieci imprese. Qualitativamente parlando ci possiamo ritenere soddisfatti, ma chiaramente non siamo in grado di impegnarci a fondo in molti settori e i capitali investiti non coprono molti campi. Un modo per migliorare questa situazione è quello di non tassare le imprese quando investono in ricerca e sviluppo e il governo lo fa concedendo agevolazioni fiscali. Noi sosteniamo questa soluzione affinché più imprese possano usufruirne e trarne vantaggio. Insomma, nella ricerca abbiamo ottimi risultati, ma nello sviluppo c’è ancora molto da fare per potersi considerare soddisfatti e per potere essere competitivi con Paesi come Francia e Giappone. Devo dire che sono molto ansioso di vedere un miglioramento in questo ambito.

MONETEZEMOLOD.: Il presidente degli industriali italiani, Luca di Montezemolo, ha lanciato lo slogan:“fare squadra”. Qual è il suo di slogan?
R.: Certamente Montezemolo è riuscito a metterlo in pratica alla Ferrari! La mia parola chiave è invece “competitività” poiché qualsiasi impresa in Europa, a prescindere da quello che fa, deve essere competitiva in un contesto globale. Un Paese della Ue non deve cercare di ottenere migliori risultati di un altro Paese europeo, dovrebbe invece essere l’insieme dei Paesi dell’Unione a cercare di far meglio del Giappone, della Cina o degli Usa. In questo senso non vi è alcun segnale da Bruxelles che mi faccia pensare che la Commissione europea abbia capito cos’è la competitività! Non hanno capito che le cose sono cambiate. Con le 35 ore settimanali, l’azione dei sindacati, le legislazioni esagerate per la tutela dell’ambiente, l’unico effetto che si avrà sarà quello di distruggere posti di lavoro. L’Europa deve essere competitiva. Quindi la mia parola chiave è competitività globale.

D.: Un terzo delle imprese del Ft100 (l’indice delle blue chips alla Borsa di Londra) ha un amministratore delegato non britannico: è il costo della globalizzazione o semplicemente un segnale dell’incapacità dei manager britannici?
R.: Sono sorpreso che siano così poche! Effettivamente poco più della metà delle imprese britanniche ha un amministratore delegato britannico. Comunque abbiamo manager di primissima qualità, tra i migliori del mondo! Basti pensare che la Banca di Scozia, Bp, Hsbc sono gestite da amministratori delegati britannici. Dove potremmo far meglio invece è nel middle-management: lì per esempio i francesi sono migliori di noi, più preparati, e in questo ambito la Gran Bretagna deve sicuramente migliorare. Ma gli amministratori delegati britannici sono veramente eccellenti e molti di loro gestiscono con grande successo società all’estero. È un mercato molto aperto il nostro, molto liberale e questo è anche il risultato della globalizzazione. A me non interessa se sono imprese straniere a produrre in questo Paese: nel 2004 fabbricheremo e venderemo molte più automobili di quanto non abbiamo fatto in passato e non mi interessa che siano Bmw, Ford, Toyota, Nissan. Ciò che conta per me è che queste imprese assumano cittadini britannici e che paghino le tasse nel nostro Paese! L’atteggiamento dell’Inghilterra è in questo senso molto globale e se l’economia francese o tedesca non danno buoni risultati è perché non ragionano come noi, tendono a proteggersi e a non adattarsi alla globalizzazione pagandone le conseguenze.

STERLINE
D.: La Gran Bretagna è fuori dall’euro-zona: crede che prima o poi dovrà entrarvi?
R.: All’interno della Cbi abbiamo membri a favore dell’entrata nell’euro, altri che non lo sono e altri ancora che non sanno. E sono un terzo ciascuno: insomma, siamo una chiesa divisa. Se si arrivasse a un referendum, noi approfondiremo accuratamente l’opinione dei nostri membri e in funzione della decisione della maggioranza appoggeremo l’entrata oppure no. C’è da dire che noi abbiamo un’economia che dà ottimi risultati mentre Eurolandia non ce l’ha, quindi è molto difficile convincere un britannico che l’entrata nell’euro sia una buona scelta. Inoltre tutti i grossi cambiamenti economici di questa nazione hanno sempre richiesto tempi lunghissimi di assestamento. E poi tutto dipenderebbe dal tasso di cambio col quale entreremmo nell’euro. Solo con un tasso di cambio favorevole sarei un sostenitore di questa scelta. La Germania è entrata nell’euro con un tasso di cambio sfavorevole ed è stata danneggiata mentre la Francia ci ha guadagnato! Quindi essere pro o contro l’entrata in Eurolandia non dipende da motivi istituzionali come si legge sui giornali, ma da ragioni pratiche, estremamente importanti per noi industriali. 

D.: I rapporti tra Blair e Berlusconi sono ottimi. Possiamo dire lo stesso per le partnership tra imprese italiane e britanniche?
R.: Lavoro qui da 4 anni e mezzo ormai e posso dire che c’è un’ottima intesa tra la Confindustria italiana e la Cbi. Le imprese italiane investono da noi e viceversa, i due Paesi si capiscono perfettamente. L’ottimo rapporto tra i nostri due capi di governo lancia anche un segnale positivo per le imprese e gli affari tra Italia e Gran Bretagna.

D.: Qual è l’imprenditore italiano che apprezza di più, con cui amerebbe lavorare?
R.: La miglior risposta che posso darle è che non esprimo mai commenti su singoli individui, perché se faccio un nome offenderei altre persone. Quello che posso dire invece è che Confindustria ha fatto un ottimo lavoro negli ultimi anni contribuendo alla creazione di nuove imprese e trattando allo stesso modo piccoli imprenditori e grandi imprese. Posso dirle che ci sono molti bravi imprenditori in Italia e che spero che la Gran Bretagna continui e incrementi i suoi rapporti commerciali con il vostro Paese. 

Gruppo Assiteca Home
Copyright © 2009 Assiteca SpA
Ottimizzato per Internet Explorer 7.0