Dal Mondo Economico
Milo Goj - Direttore di Espansione
Vendere di più e meglio
Nel caso delle aziende,
della loro crescita e del loro riscontro di mercato che in ultima analisi
dà la
misura del successo, le grandi enfasi sull’informatizzazione
e sulla ricerca e sviluppo rischiano di divenire parole vuote se poi queste
non si innestano su quel che di meglio l’ "antico" lascia
in eredità. Tale è la convinzione di Milo Goj, direttore di Espansione,
il mensile storico e più letto della classe manageriale italiana, che
aggiunge: “Non intendo fare alcun discorso di retroguardia, le nuove
tecnologie e l’innovazione sono naturalmente le benvenute, ma non devono
sminuire il rilievo di tutto il resto, come qualche volta purtroppo accade”.
Due in particolare gli aspetti che Goj giudica oggi nelle aziende un po’ trascurati.
Il primo è quello dell’azione di vendita e il secondo, abbastanza
interrelato, è quello del contatto umano.
D. Cominciamo da quest’ultimo, cosa intende?
R. Semplicemente
osservo che la vendita si sta spersonalizzando, mentre invece l’umanizzazione è importante
sia nella vendita che nel business. Business, che faccio di passaggio notare,
per quasi tutte le aziende è comunque
almeno in parte di tipo business-to business, nel senso che si interfaccia
con altri operatori economici, siano essi anche solo i retailer.
Vengo però al
punto: tutta la digitalizzazione più recente,
che va dalle e-mail ai più strabilianti hardware informatici, hanno
di fatto creato in molti l’illusione che bastasse una buona organizzazione
tecnologica dell’attività di vendita per gestire con efficacia
ed efficienza il proprio portafoglio clienti. Nulla di più sbagliato.
Le nuove tecnologie sono utili ma non sostituiscono il venditore, rivelandosi
invece solo un supporto. Non si può per esempio fare il venditore restando
in ufficio a digitare sul proprio pc; resta al contrario essenziale andare
a visitare spesso dal cliente (a meno che ovviamente non si trovi in Australia),
corteggiarlo face-to-face, creare empatia e simpatia, e se del caso, alla Sordi,
portare i fiori o quanto meno trasmettere “gli omaggi alla signora”.
Insomma, si tratta di fare ancora quelle cose che in molti ritengono tramontate
e che invece un loro peso continuano ad averlo. Il fattore psicologico ed emotivo,
in altre parole, non è di certo venuto meno.
D. Né è venuta meno, dice lei, la rilevanza dell’azione
di vendita in sé…
R. Dico che nel mondo aziendale siamo
oramai dominati in ogni dove dai discorsi sulla r&s e sull’innovazione
come elementi che sul mercato fanno la differenza. Giustissimo, si dimentica
solo però che i cicli dell’innovazione
sono sempre più brevi, che i vantaggi competitivi durano quindi poco
e che i prodotti “me too” – le copie più o meno lecite
ad opera della concorrenza – non fanno che raccorciare ulteriormente
la leadership temporale tra azienda innovatrice e follower. E allora, se i
differenziali di prezzo tra prodotti abbastanza simili non sono poi tali da
mettere un’azienda fuori mercato, per fare fatturato salta fuori tutta
la competenza e la capacità di relazione della forza vendite. Che molto
spesso è in grado di sovvertire situazioni di offerta che sulla carta
non appaiono vincenti. Bisogna però anche che la forza vendita abbia
davvero voglia di darsi da fare. E qui torniamo in parte al punto precedente.
D. Secondo lei, quindi, questa voglia attualmente non abbonda?
R.
Ho l’impressione che una parte dei venditori italiani, anche grazie
all’alibi tecnologico, si siano messi comodi, che restino appunto in
ufficio a inviare e-mail e se mai a fare qualche telefonata. Tra l’altro,
se l’Italia ha perso in buona parte la sfida nei nuovi mercati internazionali,
vedi soprattutto la Cina, questo è avvenuto anche perché non
abbiamo in giro abbastanza venditori determinati e disposti a restare in loco
il tempo necessario per coltivare i contatti.
D. Non avremmo più il nostro piccolo imprenditore, come da
famoso stereotipo, con la valigetta?
R. Di italiani con la valigetta
ne abbiamo sempre di meno. Lo dice anche l’ex
presidente di Assolombarda Francesco Perini, e a questo forse allude Berlusconi
quando parla di seconde generazioni messesi “in vacanza”. Berlusconi,
per dire, era quello che agli inizi della sua carriera da editore televisivo
era capace di sostenere anche 500 pranzi e cene di lavoro all’anno, con
imprenditori e manager potenziali clienti.
Ma tornando all’oggi, il problema è che
poi, viste le ridottissime dimensioni medie delle nostre aziende, se a vendere
non ci va direttamente l’imprenditore, è sempre difficileche al
suo posto ci va vada qualcun’altro. Per inciso rilevo che stanno ammainando
la bandiera persino i nostri piccoli commercianti, se si considera che oramai
(addirittura nell’alimentare
tradizionale) sono praticamente solo gli extracomunitari ad aprire nuove attività e
a espanderle. Certo, loro hanno appunto molta voglia di lavorare: gli orari
di apertura superano quasi sempre le 12-13 ore giornaliere.
D. Ma i giornali non sono comunque di pieni di annunci di ricerca
per nuovi venditori? In altre parole, non è d’accordo sul fatto
che per certi aspetti la professione del venditore tiri?
R. Il venditore
tira, almeno quantitativamente, proprio perché le aziende
ne hanno un estremo bisogno. Quel che non va è che a questo bisogno
non corrisponda una analoga riqualificazione della figura del venditore, che
nelle organizzazioni resta spesso un semplice esecutore. Del resto non si trova
nessun giovane con un minimo di titoli di studio da esibire che abbia interesse
a vendere, in quanto il lavoro del vendere è considerato un lavoro di
serie B. La cattiva immagine parte in realtà proprio dalle aziende,
che non fanno nulla per cambiarla (qualcosa di positivo ha fatto di recente
Mediolanum, che in un annuncio, seppure ricorrendo a riferimenti un po’ datati,
ha ritratto la professione del venditore in termini yuppistici, di identificazione
cioè con una professione di successo). Né comunque ci si deve
stupire che i venditori siano di solito poco motivati, quindi poco pronti a
spendersi e a investire anche sulle componenti emotive della loro relazione
con i clienti.
D. Ma è davvero così importante, anche nel business-to-business,
la componente emotiva? Gli acquirenti aziendali, che sono poi dei professionisti
specializzati, non dovrebbero invece decidere solo sulla base di elementi
razionali?
R. E’ ovvio che i buyer aziendali facciano riferimento
soprattutto a questi. Ciò non impedisce però che, entro certi
limiti, così come
del resto avviene per il grande pubblico dei consumatori, l’aspetto emozionale
mantenga la sua rilevanza. Dirò di più: lo stesso vale nel caso
dell’attività di comunicazione. Una quindicina di anni fa, a Giorgio
Squinzi, attuale presidente entrante di Federchimica e patron di Mapei (colle
per l’edilizia), chiesi perché mai, dovendo raggiungere un target
di poche decine di migliaia di potenziali acquirenti, investisse tanti miliardi
nelle sponsorizzazioni ciclistiche. La risposta fu in tal senso esauriente.
In primo luogo, spiegò Squinzi, nel settore dell’edilizia il ciclismo,
evocativo com’è della nozione di sudore e fatica, era lo sport
preferito; con la sponsorizzazione, secondariamente, i suoi venditori riscuotevano
da subito nelle imprese un effetto di simpatia. Un effetto che da sola la pubblicità tecnica
su giornali per addetti ai lavori non avrebbe mai procurato.

