Dal Mondo Economico

 

Sintesi tratta dall'articolo di Gabriella Piroli per Espansione

Pier Luigi Celli, Direttore Corporate Identity Unicredit

IMPRESA E CLASSI DIRIGENTI

celli libroIn passato direttore delle risorse umane all’Eni, poi direttore generale Rai e ora direttore Corporate Identity di Unicredit. Per la prima volta, un top manager prende carta e penna per denunciare le carenze che affliggono la classe dirigente, senza trascurare imprenditori e politici,attraverso “Impresa e classi dirigenti” (Baldini Castoldi Dalai), libro affilato e sobrio: pensato con rigore, scritto con scioltezza.

Se da una parte Celli vede quale unica chance, per un sistema industriale così segnato da un deficit strutturale, il fattore umano, cioè la pertinenza di chi può e deve promuovere la trasformazione, dall’altra evidenzia come questo si riveli il terreno più scivoloso nella difficile transizione italiana. Quali ricchezze, quali innovazioni, quali expertise, quali progetti strategici le nostre élite sono in grado di esprimere? Pochi, pochini, risponde lui. Che a un certo punto, spazientito, scrive anche: «La decadenza si insedia là dove manca un’anima progettuale e le passioni non sono più strumenti civili di confronto, ma arnesi da combattimento, usati perlopiù impropriamente».

D.:Perché non si crea in Italia la “nuova” classe dirigente?
R.:Banalmente, perché una classe dirigente si forma solo sulla base dell’assunzione di responsabilità e di rischio. Invece, oggi, tutti a invocare la governance... Come se il problema fosse solo di certificare la correttezza delle procedure. Il problema, ora come sempre, è saper organizzare il nuovo. In modo coerente, efficace ed efficiente.

D.:Nel suo libro, lei descrive un mondo che agisce per funzioni circoscritte. È proprio così?
R.:Sì. E non solo: anche queste funzioni, per quanto limitate, sono quasi esaurite. Se ci guardiamo attorno, cosa c’è di nuovo? Non ci sono grandi storie, mancano le nuove narrazioni (e peraltro sono venute meno le vecchie). Diciamo, senza particolare enfasi, che siamo immersi in una fase di decadenza accelerata. Non dico inarrestabile, però certo meritevole di un contrasto specifico, che invece non c’è. Provo a caratterizzare meglio cosa intendo per responsabilità. Allora, il fatto è questo: responsabilità significa rispondere di qualcosa e sapere a chi si risponde. Al contrario, assistiamo quotidianamente a un esercizio spicciolo del potere, dove non è affatto chiaro chi risponde a chi e di che cosa. È per effetto di ciò che anche le famose garanzie, fino ai conclamati comitati etici, rischiano di essere una sovrastruttura, che quindi non incide realmente.

D.:Nota qualche altra tendenza?
celli R.:Sì, una, macroscopica. Osservo un parallelismo, non incoraggiante, tra imprenditori e politici. Entrambi dovrebbero avere come tratto costitutivo l’assunzione di rischio. Che è vitale per chi deve gestire e sviluppare l’impresa sul piano economico, ma non è meno cruciale sul terreno della politica: la democrazia campa di riforme, su cui eventualmente ci si gioca la rielezione. È un problema di General Intellect perché, allo stato, non c’è una riforma - una - che sia condivisa. Tutti preferiscono il piccolo cabotaggio.

D.:Qual è, a suo avviso, il sentimento prevalente della cultura d’impresa in questo momento?
R.:Una grande paura.

D.:Di cosa?
R.:Di vedersi travolti. Da economie più forti e più organizzate, più vivaci. È la paura che deriva dalla sensazione di non avere una struttura di comando in grado di creare le condizioni per operare in modo competitivo.

D.:Sta facendo una critica all’attuale Esecutivo di centrodestra?
R.:Ma no. Magari il discorso fosse circoscrivibile a questo o a quel Governo. Le mie sono valutazioni che prendono in esame il sistema-mondo, in cui l’Italia soffre maggiormente perché le riforme che andavano fatte non sono state fatte. E nemmeno ipotizzate.

D.:Faccia un esempio di riforma mancata...
R.:Quella della P.A. Provi a creare un’impresa adesso... È ormai un’avventura kafkiana, uno slalom su cui incombe l’ipoteca di procedure e aggravi irragionevoli. Vorrei qui precisare una cosa: non è che la burocrazia sia di per sé negativa. Il suo compito è standardizzare, in alcuni momenti svolge persino una funzione progressiva. Ora però è proprio un ostacolo, un peso morto.

D.:Corto respiro, assenza di pensiero strategico: lei non cerca inutili parafrasi per denunciare i mali dell’economia italiana...
R.:Be’, è sotto gli occhi di tutti. Il quadro di supporto è frammentato, quindi è realistica solo l’ottica del corto respiro. C’è qualcuno che sta facendo piani - vogliamo esagerare? - a tre, quattro anni?

D.:Non pensa che questa sia l’inevitabile conseguenza della finanziarizzazione dell’economia?
R.:Sì, certo. Del resto, finanziarizzare significa indebitarsi. La finanziarizzazione è una leva nei rapporti tra proprietà e impresa: solo che aumentano le risorse personali della proprietà e scarseggiano gli investimenti.

D.:Come si reagisce a questa situazione?
R.:
Con misure strutturali. Racconto la più recente sfida di Unicredito - la mia società - perché ha un valore emblematico. Allora, noi cosa diciamo? «Cari signori, vi facciamo credito a medio e a lungo termine, purché voi ricapitalizziate l’impresa, purché voi reinvestiate». È una logica, forte, per rilanciare l’industria su dimensioni più competitive. Investire significa aumentare la taglia dell’impresa, avere più disponibilità per la ricerca e per l’innovazione. L’idea di fondo sarebbe quella di riuscire ad avviare un capitalismo di mercato anziché continuare con quello assistito. Che purtroppo ha una lunga tradizione in Italia. La Fiat non è mai stata statalizzata, ma di fatto è sempre stata salvata come una sorta di “patrimonio nazionale”. Il nostro è un capitalismo spurio, con tutti i difetti del pubblico e del privato.

D.:In definitiva, perché la classe dirigente è così mediocre?
R.:Difficile rispondere. Anni e anni di esaurimento, anche delle componenti etico-sociali, hanno sospinto al declino il concetto di interesse generale, peraltro già più contenuto in rapporto ad altri Paesi europei. Noi abbiamo una storia politico-imprenditoriale più scadente rispetto a Francia, Regno Unito, e altri Paesi. Loro hanno avuto la rivoluzione industriale al momento giusto, hanno organizzato lo Stato-nazione e via dicendo. Comunque, nel nostro dopoguerra si era creata una classe dirigente, crollata poi con Tangentopoli. Forse occorrerà un altro “anno zero” prima che si selezioni e consolidi un processo dirigenziale nuovo.

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