Osservatorio Assiteca


I settori italiani in sintesi


In collaborazione con Espansione
A cura di Giovanni Centola

Mobili


barometro
Il settore del mobile italiano resta ad andamento altalenante e impostato al negativo, sempre messo in difficoltà dalla concorrenza internazionale. Dopo la sostanziale tenuta del 2004, l’anno scorso, con un -2,8% di fonte Csil (Centro Studi industria leggera di Milano) a prezzi costanti, il fatturato alla produzione dovrebbe essersi attestato appena al di sotto dei 18,8 miliardi. E per l’esercizio in corso la previsione Csil è di un pareggio tondo. Da notare che, in entrambi gli anni, la dinamica dei listini alla produzione si segnala in un intorno del +1,8%.

80 miliardi

Valore del commercio
mondiale in dollari
(13% la quota italiana)

Prima però di tornare al dettaglio congiunturale, è utile esaminare qualche dato di prospettiva storica, sempre di fonte Csil. Se 10 anni fa il rapporto tra importazioni e consumi era nel mondo del 19%, nel 2004 il dato era già lievitato al 31%, e questo grazie per quasi un terzo alla forte crescita della domanda statunitense. Si calcola così che il commercio internazionale di mobili varrà quest’anno 86 miliardi di dollari, a fronte dei 35 della metà degli anni Novanta. Peccato però che nel frattempo l’export italiano, che ha sempre dominato la scena (quota del ’95 superiore al 20%) sia cresciuto marginalmente e proprio l’anno scorso (scendendo al 13%) abbia ceduto la propria leardeship alla Cina (17%).

Tra l’altro, per quanto molto più prepotente, la crescita cinese non è stata l’unica superiore a quella italiana. Messico, Brasile, Polonia, Romania, Vietnam e diversi altri Paesi del Far-East hanno senz’altro fatto meglio del made in Italy, essenzialmente grazie alla competitività dei costi. Il nostro import (in misura marginale cinese), con prezzi in continua contrazione ma con volumi esplosi, ne è stato testimone. E d’altra parte l’export italiano, certamente più di qualità, i prezzi li ha invece sempre fatti lievitare.

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Previsione di crescita del fatturato del Made in Italy
per il 2006

Difficile a questo punto pensare a un’inversione del trend, anche se gli esperti di Csil ipotizzano per le produzioni cinesi qualche possibile futuro intoppo (insufficienti materie prime e infrastrutture, più tensioni nel mercato del lavoro). Quel che si può dire è che, benché in merito manchino le stime, in questi Paesi a basso costo della mano d’opera molte imprese italiane si sono sempre più delocalizzate (o terziarizzate), cercando quindi anch’esse di riguadagnare quella competitività di prezzi che in passato era loro assicurata dalle svalutazioni monetarie.

In termini di nuovo congiunturali, se nel 2005 il made in Italy avrebbe sofferto del calo dei consumi interni (-0,2% a valori costanti) e in parte a causa del supereuro, quest’anno questi due elementi sono attesi in miglioramento. L’export trova tra l’altro buoni auspici pure nella buona crescita del mercato statunitense (+3%) e nelle promesse dei grandi mercati emergenti Cina e Russia. E questo mentre, anche in considerazione del loro valore sempre relativamente basso (12% sui consumi) e delle nostre delocalizzazioni, le importazioni dovrebbero continuare a crescere al galoppo: dal +13% del 2005 al +16% del 2006.



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