Osservatorio Assiteca


I settori italiani in sintesi


In collaborazione con Espansione
A cura di Giovanni Centola

Abbigliamento

barometro
Secondo i preconsuntivi di Sistema moda Italia (Smi), per il settore tessile-abbigliamento italiano il 2005 si è chiuso con un fatturato di 41,3 miliardi, in regresso del 2,9% sul 2004. Due i principali fattori che hanno contribuito al cedimento: da una parte la contrazione del mercato interno (-3,7%), che incide sulle vendite del made in Italy per più di un terzo; e dall’altra l’accelerazione delle importazioni (+5%), che in Italia per la prima volta hanno superato in valore la produzione nazionale. Per contro, una nota positiva è rappresentata dal dato dell’export, cresciuto nell’anno del 2,4%, in particolare grazie alla performance del macro-segmento dell’abbigliamento.

2.100

Imprese nella filiera che hanno interrotto l'attività
nel 2005 (su 67.500)

In questo contesto recessivo, la filiera italiana del tessile-abbigliamento ha assistito anche nel 2005 a numerose cessazioni di attività (oltre 2.100), soprattutto concentrate nelle imprese di piccole dimensioni. E però bisogna aggiungere che nello stesso periodo parte dell’offerta ha continuato a investire per consolidare la propria leadership nelle fasce di mercato a maggiore valore aggiunto.

Tornando ai dati di mercato, il 2005 è stato l’anno del grande boom cinese, e questo soprattutto nel primo semestre, quando, grazie alla piena liberalizzazione del commercio, i quantitativi importati in Europa (per esempio nel caso dei pantaloni e degli abiti donna) hanno registrato incrementi anche nell’ordine del 2.500% e i prezzi riduzioni in più casi comprese tra il 100 e il 300%. I rischi connessi di “market disruption” hanno poi indotto la commissione Ue a concludere a luglio un accordo con la Cina per la limitazione dell’incremento dell’export del gigante asiatico fino al 2007. E gli incrementi dei quantitativi importati dall’Europa sono stati in questo modo un po’ contenuti.

0,28 $/ora

Costo medio del lavoro
nell'industria tessile
in Vietnam

E’ comunque probabile che, considerati tutti i 12 mesi, le importazioni dalla Cina siano cresciute più di un terzo in termini di valore, arrivando a coprire almeno il 18% del totale dell’import in Italia e oltre il 25% in Europa (come intuibile, una volta considerati i prezzi ridottissimi dei prodotti, l’incidenza in volumi si rivela senz’altro superiore). Ma più ancora delle produzioni nazionali, a soffrire dell’exploit cinese sono stati fino a oggi soprattutto i prodotti di altri Paesi low cost, a partire dal caso più vistoso delle importazioni italiane dalla Romania (fino a luglio -10,3%).

Tuttavia, se il problema dell’invasione cinese è in parte solo rimandato, ci si chiede anche se il fenomeno commerciale dell’Impero di mezzo sia sostenibile nel lungo periodo. Per Euler Hermes, che di recente ha effettuato sull’argomento uno studio, il tessile-abbigliamento cinese ha sicuramente i suoi atout (a cominciare da un costo della mano d’opera nelle zone interne di 0,48 dollari all’ora), ma anche una serie di fragilità, in particolare rappresentate da livelli di profittabilità ridotti all’osso se non addirittura negativi, uniti al fatto che quasi la metà del settore è riconducibile in un modo o nell’altro allo Stato.

In quanto alle esportazioni italiane, la discreta performance si deve alle vendite extra-Ue, soprattutto grazie alla ripresa degli acquisti negli Usa (in buona parte a loro volta attribuibili al rafforzamento del dollaro), mentre hanno denunciato il segno meno i due principali mercati di sbocco del made in Italy, la Germania e la Francia, caratterizzate da consumi in flessione o ad ogni modo fiacchi. Altri risultati degni di attenzione sono stati gli incrementi a doppia cifra del Giappone, della Russia e di Hong-Kong.

Venendo infine alle prospettive per il 2006, in un contesto comunque di tensioni e di perduranti difficoltà, Smi esprime per le produzioni nazionali una valutazione di cauto ottimismo. Che è dovuta, in primo luogo al possibile riavvio dei consumi sia in Italia che nel resto della core Europe, e secondariamente alla crescente domanda (ben predisposta nei confronti del made in Italy) proveniente dagli Usa, dalla Russia e dall’Asia emergente.

 

abbigliamento 2006 1

 

 

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