Osservatorio Assiteca
I settori italiani in sintesi
In collaborazione con Espansione
A cura di Giovanni Centola
Oreficeria - Gioielleria

Se il 2004 sembrava aver posto un freno alla crisi del settore, che durava
almeno da un paio d’anni, il 2005 è arrivato come una secca smentita.
Secondo i primi preconsuntivi, infatti, il giro d’affari delle aziende
italiane è stato di poco superiore ai 4,4 miliardi, in contrazione del
4,5% rispetto all’esercizio precedente. Tutto questo nonostante la marginale
crescita dei mercati mondiali, il dollaro in recupero e l’incremento
delle quotazioni dell’oro, che rivalutano i listini del prodotto finale.
Nel corso dei 12 mesi, in termini di quantità, il gioiello made in Italy
potrebbe così aver perso più del 10%.
-44,08%
Contrazione dell'export italiano negli Usa nelterzo trimestre 2005
Per il quarto trimestre del 2005, qualche addetto ai lavori azzarda che ci possa essere stato un attenuamento della tendenza negativa, ma nei primi 9 mesi il dato dell’export (che incide sui fatturati tricolori per circa il 70%) è molto eloquente: -5,5% a valore e -10,4% in quantità. Il terzo trimestre da solo, che fortunatamente è il meno importante dell’anno, ha visto i fatturati esteri contrarsi del 25,1%, e gli Stati Uniti, che per le aziende italiane rappresentano tradizionalmente il primo mercato estero, hanno segnato addirittura un -44,8%.
Le evidenti difficoltà dell’export sono principalmente attribuibili alla concorrenza dei produttori di Paesi “cheap labour”, soprattutto India, Cina, Turchia, Vietnam e Thailandia. Come intuibile, si tratta di una concorrenza sui prezzi, che in molti casi si associa all’opacità dei luoghi di fabbricazione dei prodotti. Ciò detto, Federorafi denuncia anche, citando in particolare il caso dell’India, della Cina e del Brasile, il permanere “a dispetto degli accordi Wto”di barriere (doganali e non), in alcunimercati emergenti e produttivamente concorrenti che potrebbero già da tempo essere per le aziende italiane molto interessanti.
70%
Quota valore di produzione italiana in Europa (14% nel mondo, seconda quota in assoluto dopo quella indiana)In quanto al mercato interno, secondoil direttore di Federorafi Stefano de Pascale, per una serie di ragioni macroeconomiche e specifiche di settore, la dinamica è stata senz’altro riflessiva (prima dell’autunno, -8/10% in quantità), “con le importazioni, una volta del tutto marginali, che hanno guadagnato rilevanza”. Nel mercato italiano il loro peso è oramai superiore al 25% e i prodotti turchi ne sono saldamente i leader.
Ma se il momento è nel suo complesso difficile, va detto che sempre più l’offerta di oreficeria italiana non ne risente allo stesso modo. Secondo una recente stima dello studio Pambianco,che sul settore ha di recente effettuato un’analisi, nel 2005 una trentina tra le maggiori aziende ha realizzato nella media incrementi del fatturato e dei profitti nell’ordine del 3-5%. D’altra parte è oramai da anni che si parla nel settore, notoriamente molto frammentato, dell’importanza di poter contare sulle maggiori dimensioni d’impresa e sul contributo del marketing (e del prodotto “brandizzato”). Ed è altresì abbastanza chiaro come i distretti storici di Vicenza, Arezzo, Valenza e Torre del Greco non bastino più a riparare le migliaia di laboratori orafi dalla concorrenza internazionale.
+45%
Incremento in euro delle quotazioni dell'oranel corso del 2005
“Maggiori dimensioni e creazione di brand riconosciuti richiedono comunque investimenti e tempi lunghi”, osserva de Pascale, “con la conseguenza che il rilancio complessivo dell’industria non è proprio dietro l’angolo. Del resto molti produttori si sono ritarati sulle minori potenzialità di vendita, così che, almeno nel medio periodo, hanno riacquisito capacità di resistenza”. Tutto questo non impedisce, sempre secondo de Pascale, che a livello associativo e politico si debba insistere su una serie di azioni, a cominciare dall’indicazione di origine obbligatoria dei prodotti e dalla promozione internazionale del made in Italy, anche con aggregazioni intersettoriali (vedi la già esistente Fiamp per gli accessori moda).
Per il 2006 possono rappresentare un incoraggiamento il parziale rasserenamento (almeno a livello di umori) delle vendite del 4° trimestre 2005 e le favorevoli indicazioni, a gennaio, ricavabili dalla fiera specialistica di Vicenza. Tuttavia l’attesa di una tenuta delle vendite per il made in Italy restano forse più una speranza che non uno scenario su cui fare del tutto affidamento.

