Dal Mondo Economico

 

In collaborazione con Espansione
A cura di Giovanni Centola

Tessile-abbigliamento

BAROMETRO ARREDAMENTO

Per il macro-settore del tessile-abbigliamento continua il periodo difficile. A livello di consuntivi finali, nel 2004 il fatturato dell’industria italiana si è chiuso con una flessione dell’1,4%. Una contrazione alla quale hanno contribuito diversi fattori, che potrebbero essere riassunti nella fiacchezza della domanda interna e nell’accresciuta concorrenza internazionale. Per cominciare con la prima, nel 2004 i consumi di prodotti tessili e di abbigliamento degli italiani si sono contratti in termini reali dello 0,8%. Si tratta di un calo che fa seguito ai risultati negativi già registrati nel triennio precedente e che, secondo Sistema moda Italia (Smi), contribuisce a determinare uno dei più lunghi cicli recessivi della domanda interna nella storia recente del settore.

-1/-2%

Previsione fatturato 2005
delle imprese italiane

In quanto alla concorrenza internazionale, gli effetti sull’industria italiana non sono stati da meno. E’ vero che dopo diversi anni di performance negative, nel 2004 per la prima volta le esportazioni sono lievemente cresciute (+1%), ma nel contempo le importazioni sono lievitate del 4,7% (dalla Cina +13,7%). E allo stesso modo, causa sempre l’accresciuta concorrenza, le aziende del settore hanno sacrificato “potere di prezzo” e dunque marginalità. In Italia l’anno scorso i listini medi sono cresciuti meno del 2%.
Con lo stesso scenario di fondo rimasto inalterato, il 2005 si è aperto con la rilevante novità (prevista in ambito Wto) della liberalizzazione delle importazioni nella Ue dalla Cina, già l’anno scorso la prima esportatrice. In termini commerciali i risultati sono stati da subito vistosamente negativi. Nei primi tre mesi dell’anno, infatti, le importazioni cinesi in Europa e in Italia avevano superato incrementi del 50%. Le reazioni istituzionali della Ue non si sono fatte attendere e hanno, come noto, provocato il blocco dei prodotti cinesi alle dogane (87 milioni di capi), con successivo nuovo round di negoziazioni con le autorità cinesi. Da qui sono scaturiti provvedimenti che, se attenuano almeno in parte la violenta concorrenza low cost da parte dell’ex Celeste impero, di certo non lo risolvono.

+26.7 %

Incremento import cinese
(primi 5 mesi 2005)

Secondo un recente comunicato Smi, il fatturato dell’industria italiana si segnalava nei primi 4 mesi in regresso dello 0,5% e la produzione del 5%. E nel mese successivo il bilancio dell’anno in quanto a export registrava un +2,1%, mentre l’import un +1,7%, con il prodotto cinese assestatosi sul +26,7%. In termini prospettici, poi, le indicazioni di sell-in nell’abbigliamento per la stagione invernale 2005-2006 punterebbero complessivamente a un -2% a prezzi costanti. Insomma, la crisi del settore – che in soli tre anni ha visto perdere in Italia 6mila delle sue 70mila aziende e 60mila dei sui 600mila addetti – per adesso non sembra subire ulteriori e pesanti accelerazioni.
Bisogna peraltro rilevare che ormai è già il 20% della produzione di abbigliamento delle imprese italiane a essere delocalizzata all’estero, il che naturalmente ha contribuito a difendere, se non il made in Italy, quanto meno la sua paternità. La delocalizzazione ha avuto conseguenze soprattutto per i terzisti nazionali, stretti come si ritrovano, da un lato dall’esigenza di controllo interno per produzioni di fascia alta e dall’altro dalla concorrenza internazionale low cost. Risultato: negli ultimi cinque anni i sub-fornitori hanno ridotto il loro contributo alla produzione di matrice italiana di 6 punti percentuali (37,6%).

Fatturato, Export, import ( milardi di euro)
grafico esportazioni

I principali mercati di destinazione dell'export ( % a valore primi 5 mesi 2005)
grafico ripartizione

I principali paesi di provenienza dell'Import ( % a valore primi 5 mesi 2005)

provenienza importa tessile

La struttura produttiva nell'abbigliamento (% a valore 2004)

struttura produttiva abbiagliamento

 

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