Dal Mondo Economico
Marchesi de' Frescobaldi
Contenti e convinti di investire
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Con oltre mille ettari, distribuiti su 9 tenute-aziende, di superficie
vitata e con circa 66,5 milioni di fatturato consolidato 2004, Marchesi
de' Frescobaldi è la prima realtà viticola toscana. Consolidando radici
enologiche plurisecolari, nel 1980 i 5 fratelli Frescobaldi (Dino, Vittorio,
Maria, Ferdinando e Leonardo) la trasformavano in Spa. La crescita (in
buona misura organica) diveniva spettacolare a partire dalla metà degli
anni Novanta, quando ancora il giro d'affari era inferiore ai 15 milioni
di euro.Attualmente l'export incide sulle vendite per quasi il 70%.
- Marchesi de' Frescobaldi ha per tradizione imperniato la propria produzione sul Sangiovese, il vitigno principe toscano, ma in Toscana ha anche introdotto per prima nuove varietà, quali lo Chardonnay, il Cabernet, il Merlot e il Pinot Nero. Allo stesso modo l'azienda può considerarsi tra le antesignane nella qualificazione e specializzazione dei vigneti e nell'uso dell'acciaio e del rovere nel processo di vinificazione. Il prodotto finale è decisamente di fascia alta, essendo inserito nei circuiti commerciali a un prezzo medio per bottiglia di circa 10 euro (si va tuttavia dai 4 euro delle referenze più competitive sul mercato nazionale ai 100 del Masseto).
- Lamberto Frescobaldi, figlio di Vittorio oltre a ricoprire cariche, è responsabile della produzione per tutto il gruppo. Con le competenze di una laurea in viticoltura all'Università californiana di Davis, Lamberto Frescobaldi entrava nell'azienda famigliare nel 1989, all'età di 26 anni (alla Marchesi de' Frescobaldi aveva in realtà lavorato nei mesi estivi già da quando era ragazzo). Sposato con Eleonora Nesi, è padre di Vittorio, Leonia e Carlo.
Dottor Frescobaldi, nel settore enologico di fascia alta esiste una
dimensione aziendale ottimale? Quali sono le economie di scala ottenibili
ed esiste invece il rischio che la grande dimensione sottragga qualcosa alla
qualità e all’immagine del prodotto?
Sicuramente le
dimensioni sono importanti, se non altro perché rispetto
alle piccole aziende famigliari, in Italia prevalenti, è possibile
realizzare una ricerca sul prodotto con uno staff di specialisti. Le economie
di scala, come nel nostro caso, sono poi rintracciabili su più fronti,
dall’imbottigliamento alla logistica, dalla funzione amministrativa
all’informatica. In quanto alla qualità del vino, entro certi
limiti è per noi importante mantenere le nostre 9 aziende ben distinte,
preservando la loro indipendenza produttiva. Segnalo in più che, se
siamo tra i maggiori player nel contesto italiano, non lo stesso si può dire
nel raffronto dimensionale con la concorrenza francese. In Francia diverse
aziende sono ben più grandi di noi, pur arrivando a produrre bottiglie
da più di 100 euro.
Dopo
la forte crescita ’95-2002, da un paio d’anni il vostro fatturato
si è comunque stabilizzato. Come mai?
Da una parte è aumentata
la concorrenza; soprattutto, però,
dal 2002 abbiamo rinunciato ai vini di fascia bassa e alle private label.
Il risultato è che, pur mantenendo stabili i ricavi, sono cresciuti
i margini di contribuzione e abbiamo probabilmente rafforzato il posizionamento
aziendale nella fascia alta del mercato. E sempre a proposito della qualità del
prodotto, aggiungo che negli ultimi due anni, per quasi tutti i terreni,
abbiamo intensificato da 2.500 a 5.500 le piante per ettaro. Ogni pianta
ha così meno grappoli e la minor produzione va a tutto vantaggio della
bontà della materia prima.
In un punto (se possibile): a cosa si devono complessivamente i
successi di Marchesi de’ Frescobaldi?
La nostra principale
forza è quella di essere una famiglia unita
e di esserla stata anche nei momenti meno facili, nei quali parlare di vino
era tutt’altro che eccitante. Siamo stati sempre contenti e convinti
del fatto che l’azienda dovesse essere sviluppata e per questo abbiamo
investito, mantenendo nel contempo un tenore di vita misurato.
Quanto è importante il marketing per il vino?
Molto,
perché la concorrenza non manca. E’ importante viaggiare
e far vedere il vino, capire cosa interessa ogni mercato; è importante
il packaging, che se del caso va personalizzato sulle specifiche esigenze;
ed è importante tutta l’attività di comunicazione e di
vendita. Nel ’92, per esempio, siamo arrivati ad assumere a Hong-Kong
un venditore che allora ci costava quanto tutto il nostro fatturato nell’area
del Far-East. Poi naturalmente la scelta ci ha ripagati.
E
l’innovazione?
E’ importante anche questa, così come
avviene per una vettura Golf, proposta oramai da decenni eppure continuamente
rinnovata. Nel nostro settore è essenziale seguire i trend di mercato.
Una volta il Chianti doveva per esempio essere di colore poco intenso, avere
12 gradi e risultare di acidità vivace; oggi invece non si può prescindere
da un colore intenso, da una gradazione un po’ superiore e da una bassa
acidità.
Più in generale, come si sta evolvendo il vissuto del
vino?
Di vino se ne beve, come tutti sanno, di meno ma di maggiore
qualità,
essendo sempre più associato a momenti speciali. C’è nel
mercato molto interesse rivolto ai prodotti di nicchia, quasi un desiderio
di scoperta di vini particolari. Ragione per la quale anche le aziende più strutturate,
quali la nostra, devono offrirne.
In
cosa il consumatore italiano si differenzia da quello estero?
Nel
quadro del trend complessivo, in Italia lo stacco generazionale appare più accentuato
che altrove: da una parte ci sono gli under 40, molto attenti alla qualità e
per questa disposti a spendere, ad affollare wine bar e persino a fare turismo
enologico; dall’altra, i più maturi
mostrano nei confronti del vino un atteggiamento più naif, cercando
di risparmiare e se possibile di “fare affari”.
Come effettuate il pricing dei vini?
Cerchiamo innanzitutto
di metterli in relazione ai costi di produzione, e poi li ridefiniamo in
base alle specifiche strategie di posizionamento. Ciò detto,
i nostri prodotti passano comunque quasi sempre attraverso 2 o 3 intermediari,
che fanno il loro lavoro di commercianti. Così che, in base alla domanda
e alla qualità percepita, per ogni vino fanno il loro prezzo.
Crede che il marketing del vino possa insegnare qualcosa a quello
di altri settori?
Direi di sì. E’ stato il vino in
un passato abbastanza recente a scoprire per primo l’importanza della
zona d’origine e a trarne
beneficio. A ruota sono seguiti alcuni prodotti alimentari e altri ancora
ne seguiranno.
Intendete diversificare la vostra attività al di là del
vino?
Attualmente con legname, olio, cereali, allevamento e un
po’ di salumi
non fatturiamo neanche 2,5 milioni e non pensiamo in futuro di accrescere
queste attività in maniera significativa. Anche in passato ci siamo
tenuti ben distanti dall’agriturismo, in quanto questo richiede competenze
del tutto diverse da quelle del vino senza risultare in un qualche modo un
business strategico. Già fare il proprio lavoro bene è difficile
e di questo oramai - dopo le grandi fami di diversificazione - si sono resi
conto in molti.
Se non altro perché legato agli andamenti atmosferici,
il settore viticolo presenta particolari rischi. Come vi proteggete?
Cerchiamo
di avvalerci di tecniche agronomiche che, grazie a tecnologie e a esperienze,
riescono in parte a far fronte ad alcuni eventi, per esempio le brinate.
Il problema maggiore, però, sono le grandinate, nel qual
caso ci assicuriamo, anche se non sempre. Fatto è che gli andamenti
climatici non sono prevedibili, di conseguenza i modelli assicurativi risultano
difficilmente fattibili e i premi comunque molto costosi. In alcuni casi
non resta solo che sperare che tutto vada per il verso giusto.

